Fede ieri e oggi - Luigi Giussani

Fede ieri e oggi

Luigi Giussani Tracce

1/31/2008 - Pagina Uno

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani nella chiesa di Sant’Alessandro. Milano,
26 novembre 1987


1. Scelti per un compito
Può sorprendere che proprio al Sinodo1 il compito di trovare una definizione tranquilla di che cosa sia il laico nella Chiesa abbia trovato una difficoltà grande. Ma io ritengo che ciò dipenda dal fatto che una vera definizione del laico è estremamente semplice: il laico cristiano non è nient’altro che un uomo battezzato. Per questo, giustamente, il Signor Prevosto ha detto che sant’Alessandro era un laico e che la sua grandezza sta nell’avere testimoniato la fede. Infatti, il Battesimo segna fra gli uomini coloro che Iddio sceglie perché conoscano la Sua presenza nel mondo, perché conoscano l’opus Dei, la grande opera che Lui ha inteso realizzare dentro la storia per la salvezza dell’uomo.
Dice l’inizio del diciassettesimo capitolo del Vangelo di san Giovanni, che contiene l’ultima preghiera di Gesù prima di andare al Getsemani: «è venuta l’ora, glorifica il Figlio tuo come il Figlio tuo ha glorificato Te. Tu gli hai dato nelle mani il potere su ogni uomo [su tutti gli uomini], affinché dia la vita eterna a coloro che Tu gli hai dato nelle mani. E la vita eterna è questa: che conoscano Te solo vero Dio e Colui che hai mandato, Cristo»2. È venuta l’ora. E da allora questa frase indica ogni giornata della storia che passa, perché la definitività del tempo è incominciata con la glorificazione di Cristo che risorge. La morte e la risurrezione di Cristo iniziano l’era nuova che noi possiamo riconoscere e godere come una caparra - dice la liturgia - in attesa della manifestazione finale. Ma una caparra è della stessa natura della promessa intera. Per questo la vita del cristiano è come il grande realizzarsi dell’avvenimento di Cristo, ed è morte e risurrezione.
Ma allora che cosa qualifica, come virtù, il tempo di coloro che sono stati dati nelle mani di Cristo? Cristo ha il potere su tutti gli uomini - egli dice di sé in quell’inizio del diciassettesimo capitolo -, ma dà la vita eterna a coloro che il Padre gli dà nelle mani. Questo potere su tutti gli uomini si attua attraverso una continua scelta, questa scelta che è segnata dal Battesimo, analogamente a ciò che avvenne, anticamente, come si legge nel Deuteronomio, quando Dio disse: «Miei sono tutti i popoli della terra, ma tu sarai il popolo d’Israele, la mia particolare eredità»3.
Ogni cristiano, ogni battezzato, porta quindi in sé il destino cui sono destinati tutti, ma è stato scelto: è cristiano perché è stato scelto per incominciare a “comprendere”, dentro il tempo e lo spazio, in questo vestibolo della storia, in questo vestibolo dell’eternità che è la storia. Il concetto di scelta è una premessa inevitabile per parlare di fede. Forse qualcosa che diremo dopo confermerà questa osservazione. Ma voglio sottolineare che il concetto di scelta è un preliminare dell’idea di fede, proprio in quanto la fede non è il termine di un teorema cui tutti possono arrivare. È, come diremo, una grazia. Dovendolo sottolineare dopo, non l’avrei mai premesso, se non per il fatto che il concetto di scelta è forse la categoria più dimenticata da parte di una coscienza cristiana. Mentre questa predilezione, questa scelta, è la categoria suprema dell’amore di Dio. È nella scelta, infatti, che l’amore si esplicita e si documenta. D’altra parte, è quasi una convenienza questa obliterazione, questa dimenticanza; è una banale convenienza. Prima di tutto non c’è niente di più contrario alla razionalità, come la cultura moderna e contemporanea la propone, non c’è niente di più contraddittorio ai principi della cultura moderna e contemporanea, che il concetto di scelta. E, nella sua applicazione politica o socio-politica, non c’è niente di più contraddittorio al concetto di democrazia che l’idea di scelta. Questo, perciò, già ci mette in imbarazzo sociale.
Però, forse più acutamente, la convenienza di questa dimenticanza sta nel fatto che siamo stati scelti per una missione. Dio sceglie per un compito e una missione. E un compito e una missione, ovviamente, sulla vita rappresentano un onere grande. Anzi, la nostra vita sarà giudicata dall’assolvimento o meno di questo onere: «Chi di voi avrà avuto vergogna di me di fronte agli uomini anch’io avrò vergogna di lui di fronte al Padre mio»4. Dalla testimonianza, il contenuto ultimo del giudizio. Ed è assai significativo che questo contenuto ultimo del giudizio, indiziato come la realizzazione della testimonianza, non possa essere inteso in modo discontinuo o, peggio ancora, contraddittorio a un’altra immagine che Cristo ci ha dato della fine del mondo, vale a dire la parabola del venticinquesimo capitolo del Vangelo di san Matteo5, la parabola delle pecore e dei capri, la grande divisione tra buoni e cattivi. Il criterio, il contenuto, sembra essere diverso: «Venite o benedetti, perché avevo fame e mi avete sfamato». E invece c’è una parola che identifica il primo contenuto (testimonianza) a questo secondo (condivisione del bisogno degli uomini), ed è la parola “carità”. Vale a dire, la scelta che su di noi il Signore ha fatto, perché ci ha dato nelle mani di Cristo, a differenza della stragrande maggioranza degli altri, questa scelta ha come significato supremo il riconoscimento di Cristo, riconoscimento in senso pieno della parola, quel riconoscimento che porta la gratitudine, che trascina con sé gratitudine e affezione, e quindi una flessione della vita conforme, una morale. Ecco, il venticinquesimo capitolo del Vangelo di san Matteo segnala la condizione più clamorosa di questa morale, il contenuto più clamoroso di questa morale: l’amore agli altri.

2. La fede: riconoscimento di una Presenza
Detto quanto ho voluto dire sull’idea di scelta, ora affrontiamo nei suoi aspetti più elementari, ma anche più importanti, mi pare, il concetto di fede. Siamo stati scelti a credere. Sappiamo benissimo che il gesto con cui il Padre ci ha dato nelle mani di Cristo, il Battesimo, il Sacramento, è un gesto misterioso che realizza la sua forza di cambiamento a un livello cui la nostra esperienza non può partecipare. «Ciò che nasce dallo Spirito è Spirito, ciò che nasce dalla carne è carne», diceva Gesù a Nicodemo. Perciò «è come il vento, che non sai donde nasce né dove va, ma ne odi la voce»6. Lo puoi giudicare dall’effetto, dalle risultanze. Il fatto che siamo stati chiamati a credere ci obbliga innanzitutto ad avere un’idea chiara di quello a cui siamo chiamati. Se, nel Battesimo, la virtù della fede, l’energia capace di credere, ci è data come potenzialità - non visibile, non sensibile, non percepibile immediatamente, ma che, nella educazione o nello sviluppo della vita, dimostra la sua presenza («il vento non sai donde viene né dove va, ma ne odi la voce») -; se dunque la scelta, l’essere stati scelti a credere, nel Battesimo, significa la posizione nella nostra natura, nel nostro essere, di una potenzialità nuova, man mano che la vita cresce, diventando cosciente, questa virtù iniziale diventa contenuto di gesto esperienziale, di gesto cosciente, di esperienza vissuta.
La fede non è un sentimento. La fede non è uno stato d’animo. La fede non è neanche un atteggiamento. La fede è una intelligenza. Nel Battesimo è stata collocata dentro il nostro essere una potenzialità di intelligenza nuova. Io mi ricordo quando ero giovane, in liceo, che in seminario si facevano spesso le ore di adorazione. Una delle idee, dei pensieri che mi colpivano di più era questo: «Io vengo qui, per me nell’ostia c’è il mistero della persona di Cristo, realmente, Cristo morto e risorto realmente presente. Io non so cosa vogliano dire bene, fino in fondo, i valori e i significati di questa Presenza, ma so che è presente veramente. Se viene un protestante quell’ostia è, nel migliore dei casi, un simbolo, un segno che non contiene nulla, un pezzetto di pane azzimo». Allora ero impressionato dal fatto che io vedessi qualcosa che altri non potevano vedere. Ma cosa vuole dire questo “vedere” (perché io non vedevo con gli occhi la presenza di Cristo)? Ecco l’importanza della parola che abbiamo usato prima: riconoscere, riconoscere una Presenza.
Riconoscere una Presenza. Dovremmo rileggere, come avevo pensato prima di fare, l’inizio del Vangelo di san Giovanni7, quando quei due restano colpiti dall’espressione profetica di Giovanni Battista che tende il braccio verso Cristo, che era lì fra gli altri. L’aveva sentito uno fra gli altri. Ma, mentre se ne stava andando via, Giovanni Battista fu come colto da un raptus profetico e, tendendo le braccia verso di lui, gridò: «Ecco l’agnello di Dio!». E quei due, attentissimi, impressionati dal gesto di Giovanni Battista, si misero a seguire Gesù. E Gesù si voltò: «Che cosa cercate?», «Maestro, dove stai di casa?», «Venite a vedere». E andarono e videro dove stava di casa e rimasero tutto il giorno. «Erano circa le quattro del pomeriggio».
Il giorno dopo Andrea, che era uno dei due, incontrando il fratello Simone, gli disse: «Abbiamo trovato il Messia!». Che cosa era successo? Che quei due, andati a casa di Gesù - il Vangelo non specifica nulla, come ho detto tante volte ai più giovani; sono appunti che Giovanni evangelista scrive da vecchio, e ogni frase suppone tante notizie e commenti che qui non si fanno, proprio come un appunto di notes - sono rimasti colpiti da lui. Chissà cosa avrà detto Gesù? Certo, gli avranno chiesto: «Tu chi sei?» e lui avrà risposto: «Io sono il Messia che deve venire». Ecco, è scattato in loro, è successo in loro, è stato dato loro, hanno accettato di riconoscere in quell’uomo che vedevano coi loro occhi qualcosa che non potevano vedere coi loro occhi: in una realtà, contenuto dell’esperienza umana, hanno riconosciuto la presenza di qualcosa di più grande, del divino - in quell’uomo che camminava per le strade -.
Leggiamo dal quarto capitolo del Vangelo di san Luca: «Si recò a Nazareth, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore”. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi [Io compio proprio queste cose]”»8.
Alcuni riconobbero in questo il segno di ciò che Egli diceva di essere, riconobbero in Lui l’espressione del mistero di Dio. Altri, per tanti motivi, il principale essendo un attaccamento provinciale alla loro cittadina, non accettarono di credere, cioè non accettarono di riconoscerlo. «Ma come, non è forse il figlio del carpentiere, e suo padre, sua madre e suoi fratelli non sono qui con noi? Cosa pretende di essere?»9. Vale a dire, non un riconoscimento di quello che Lui comprova, che pretendeva di essere ai loro occhi, ma un tentativo immediato, un assalto, per ridurne la figura a qualcosa che loro già conoscevano.
Se la fede non è né un sentimento né uno stato d’animo né un atteggiamento, la fede è riconoscere un avvenimento - l’avvenimento - dentro l’esperienza, perciò è riconoscere un contenuto esperienziale visibile, sensibile, udibile, toccabile, come dirà san Giovanni nella sua prima lettera: «Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna […]), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi»10.
Quindi, riconoscere in una realtà - quell’uomo che parlava dal pulpito della sinagoga, avendo alzato la mano tra la folla; perché così si usava nelle sinagoghe il sabato, che l’inserviente agitasse il rotolo che toccava quel giorno e chiunque l’avesse voluto alzava la mano e poteva andare a commentarlo; e Gesù, che è entrato nel mondo identificandosi totalmente con la realtà e le mosse dell’uomo solito, dapprima usò quei momenti per incominciare a dare il suo messaggio, l’annunzio per cui era venuto nel mondo, ad annunziare la vita eterna, che era la conoscenza di Lui -; riconoscere in una realtà sperimentabile, perciò in un pezzo di tempo e di spazio connesso con un uomo, riconoscere in una realtà umana sperimentabile la presenza del divino, questa è la fede.
Riconoscere è un’atto dell’intelligenza. È un riconoscimento che, come ho accennato prima, trascina con sé, urge il coinvolgimento anche dell’affezione, dell’affettività, cioè della volontà, che è l’energia con cui l’uomo imposta e plasma la propria vita. Ma sostanzialmente la fede è un potenziamento dell’intelligenza, un’intelligenza nuova, che col Battesimo ci è data, così che noi siamo capaci di riconoscere, in una realtà apparentemente riconducibile a qualsiasi altra esperienza umana, la presenza del divino, la presenza di Dio. Quando Filippo disse: «Mostraci questo Padre di cui ci parli sempre e saremo contenti!», Gesù rispose: «È tanto tempo che sei con me, Filippo, e non hai ancora capito: chi vede me vede il Padre!»11.

3. Le condizioni della fede
Abbiamo identificato così il concetto di fede, il valore della fede: riconoscere una Presenza. Per i dodici che lo seguivano - mangiando con Lui, dormendo per terra con Lui, tremando, avendo paura dei nemici - e che lo sentivano parlare, lo vedevano fare miracoli, e si illusero parecchio e si delusero amaramente, come testimoniano i due discepoli di Emmaus, per quella gente, in quell’uomo, che per gli altri era tale e quale a uno di loro, anzi, con una differenza, che Lui era un delinquente agli occhi dei tutori della legge, agli occhi dei sacerdoti di allora, in quell’uomo era presente il divino. «La gente chi dice che io sia?», «Alcuni dicono che tu sei un profeta, il più grande profeta», «E voi, chi dite che io sia?», «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente!». «Sei fortunato, Simone, perché non hai ripetuto questa cosa perché hai capito tu, ma perché il Padre ti ha dato la capacità di affermarla, di affermarmi»12.
Il riconoscimento di una Presenza, del divino. Certo, quanto più questo riconoscimento è presente alla nostra coscienza, tanto più è impossibile che anche il nostro modo di sentire, il nostro modo di valutare, di giudicare, il nostro modo di possedere, il nostro modo di usare, il nostro modo di plasmare il tempo e lo spazio che ci è dato rimangano come prima.
Comunque, vorrei dire adesso le due condizioni fondamentali perché la fede possa dirsi veramente fede cattolica, fede cristiana. La prima condizione tocca il cuore dell’uomo, la seconda condizione tocca il cuore di Dio.

a) La prima condizione tocca il cuore dell’uomo. Diciamo direttamente quello che Gesù ha affermato (undicesimo capitolo del Vangelo di san Matteo), dopo che tutti furono esaltati dai suoi miracoli e volevano farlo re e dopo che Lui aveva promesso loro, in un impeto di affezione, proprio per l’intensità con cui lo seguivano: «Vi darò da mangiare la mia carne e da bere il mio sangue». Non si aspettavano certo questo, ed era una cosa stranissima, «durus est hic sermo [questo linguaggio è duro]», era una cosa strana, e lo abbandonarono tutti13. Allora Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai saggi e agli intelligenti e le hai rivelate ai semplici. Sì, Padre, così è piaciuto a Te»14. Vale a dire: innanzitutto, nella fede, è in gioco la libertà dell’uomo.
Può sembrare una cosa ovvia, ma non lo è del tutto, almeno, non è semplicistica questa risposta. Infatti, abbiamo visto che là a Nazareth, quando Gesù si è posto ai suoi concittadini, ha detto: «Vedete, quello che ha preannunziato Isaia, io lo compio»15. Diciamo banalmente: ha dato una prova. E in che cosa consisteva questa prova? Noi diremmo, sinteticamente, nella capacità di miracolo (i ciechi, gli storpi…). Però è un miracolo anche morale: il senso della vita sarà comunicato anche agli ignoranti, i cuori saranno liberi, saranno liberati. Comunque, usiamo pure il termine di capacità di miracolo, anche perché è il termine più giusto. Il miracolo non è nient’altro che una inopinata e inconcepibile (umanamente, secondo l’esperienza dell’uomo) realizzazione dell’umano: una gamba storta che si drizza improvvisamente è un’umanità che si realizza, un di più di umanità assolutamente non prevedibile. Gesù, ponendosi, (vale a dire il messaggio o l’annunzio di questa presenza), sempre si ricollega, pretende un nesso con - diciamo banalmente - la prova sperimentale. Questa prova sperimentale coincide con una umanità più intensa, più completa, che all’uomo solito, all’uomo naturale, non sarebbe possibile neanche sognare.
Anche i miracoli di ordine fisico Gesù li compiva in funzione di un miracolo d’ordine più compiuto, totale, perché l’uomo si collocasse nella giusta posizione di fronte a Lui e al Padre, perché l’uomo si sentisse aiutato nel cammino verso il suo destino. Tant’è vero che spesso il Vangelo nota: «Non fece fra di loro miracoli perché non credevano in Lui». «Va’, la tua fede ti ha salvato!».
Dunque, la fede cristiana è il riconoscimento della presenza di Dio dentro una realtà umana (l’avvenimento, dentro una realtà umana, del divino) e si rende giusta o giustificata da qualcosa che si produce nell’umano - per cui l’umano diventa più se stesso, diventa più perfetto -. Si dice, con un termine preciso, “ragionevole”. Lo dice san Paolo, quando parla della fede come «ragionevole ossequio»16. Il riconoscimento della Sua presenza è un ossequio alla Sua presenza, ma deve essere ragionevole. Vale a dire, questa notizia della Sua presenza è introdotta nella mia persona, nella mia mente e nel mio cuore, dal fatto che accade qualcosa che non può accadere se non per una Presenza eccezionale, per una Presenza superiore all’uomo.
La fede deve essere ragionevole e la ragionevolezza della fede sta nella connessione che io sperimento tra la fede e qualcosa che succede nella mia vita: io trovo in essa una risposta più grande ai desideri e alle attese della mia vita. Perciò io debbo essere un uomo serio, impegnato con quello che mia madre mi ha dato; serio, cioè appassionato a ciò che la vita aspetta, a ciò cui la vita tende. Io debbo essere un uomo di cuore. La semplicità, a cui accennava Gesù nel capitolo undicesimo del Vangelo di san Matteo, è questa; potremmo tradurla anche con “sincerità”, ma la parola “semplicità” è più densa. Che io prenda sul serio i desideri del cuore, le esigenze del mio animo di uomo, le attese della sensibilità con cui la natura, cioè Dio, mi ha fatto fiorire dal seno di mia madre; che io prenda sul serio la vita che è in me, questa è la condizione perché la fede possa trovare la strada della ragionevolezza e perciò essere da me abbracciata.
Se uno legge il santo Vangelo trova che la gente gli credeva, appunto, perché aveva fatto i miracoli. A questo punto, si capisce come diventa importante il fenomeno del miracolo, non nel senso ristretto di cambiamento fisico, di guarigione fisica, ma di incremento eccezionale, di incremento altrimenti non ipotizzabile di tutta la vita personale: «Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù»17. La fede cristiana diventa ricca, matura, carica di convinzione, nella misura in cui può dire di avere sperimentato questa promessa o questo criterio di Cristo. Promessa e criterio: «Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù». Così, gli abitanti di Nazareth che lo hanno creduto hanno con semplicità riconosciuto l’eccezionale performance di questo profeta.
Ma noi come faremo a possedere questa convinzione se, anche non riflessamente o analiticamente, non ne avremo sperimentato la capacità di cambiamento della vita? Come sempre ci siamo detti, fra di noi amici, forse il primo pensiero di tutta la storia della filosofia occidentale, dell’antica filosofia greca, almeno uno dei primissimi pensieri o frammenti, dice: «Mandaci, o padre Giove, il miracolo di un cambiamento». Per il cristiano è il cambiamento della vita sperimentato, per così dire, davanti alla grande ipotesi di lavoro che rappresenta un contenuto di messaggio così inopinato: “Dio è con noi”. Questo uomo è il “Dio con noi”, l’Emmanuel. Una della meditazioni più grandi per il cristiano può essere guardare, contemplare, la figura della Madonna, ragazza di quindici-sedici anni che, in quell’ora, in quel momento dell’Annuncio, ha vissuto tutto questo definendosi nella fede. Ma non fu cieca adesione. Chissà che cosa avrà provato, chissà che cosa avrà sperimentato la Madonna, per potere dire così d’improvviso: «Fiat».
Io penso spesso a questa fede ragionevole che la Madonna ha vissuto in quel momento. “Ragionevole” significa il nesso sperimentato tra quello che ci viene annunziato e la propria vita umana, con un vantaggio evidente di questa vita, poiché ciò che ci è annunziato cambia questa vita, la rende più umana («Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù»). E quando pensiamo che, tutti i giorni, noi, che siamo stati dati dal Padre nelle mani di Cristo, ci alziamo, siamo svegliati al mattino, e la scelta si rinnova, perché nella giornata abbiamo, attraverso l’esperienza di un cambiamento, a rendere gloria più grande a Cristo, allora ci viene facilmente vergogna della grande dimenticanza in cui normalmente viviamo e per la quale le grandi parole della fede si assottigliano improvvisamente, perdendo tutto il loro contenuto e diventando formali, appunto, “parole” o “culto” o “discorsi”. Mentre il contenuto di queste parole - così come la potenza interiore del culto e la potenza di verità dei discorsi - sta tutto quanto nell’esperienza del cambiamento della nostra vita.
Tra l’altro uno scopre che tende al cambiamento.
Che cosa maggiormente definisce l’uomo, se non la tensione al cambiamento, come il frammento dell’antico filosofo documenta? C’è una tensione al cambiamento che diventa normale stato d’animo per l’uomo e per la donna cristiani. Io ricordo, proprio in questo preciso senso, l’assetto in cui si presentava nella mia povera mamma la tensione che continuamente emergeva dal suo atteggiamento. C’è una tensione al cambiamento che è il primo aspetto del miracolo nella nostra vita. Ché l’adempimento è nelle mani di Dio, il quale non guarì tutti gli zoppi, non guarì tutti i ciechi, anzi, proporzionalmente, pochissimi, ma guarì dei ciechi e degli zoppi per fare vedere che aveva anche il potere sulla natura; guarì zoppi e ciechi perché la loro vita, credendo in Lui, cambiasse.
Tutto questo, cui ho accennato, si riconduce all’esigenza che la fede sia ragionevole. E io ho voluto insistere sul fatto che la ragionevolezza del credere non sta in una visione, ma sta nella constatazione di un risultato della fede: un cambiamento di sé - forse il cambiamento di sé come coscienza del proprio essere peccatori -.
Comunque, l’esperienza di ciò che ci ha raggiunti, la grazia che ci ha raggiunti è una risposta alla nostra vita, è sperimentabile in qualche modo come risposta alle esigenze della nostra vita. Per questo, la semplicità cui accenna il Vangelo di san Matteo corrisponde alla famosa frase di Reinhold Niebuhr (famosa nel senso che tante volte l’abbiamo citata): «Niente è tanto incredibile quanto la risposta a una domanda che non si pone»18. Se uno non sente con sincerità e semplicità l’urto di quella trama di esigenze e di attese che forma il cuore dell’uomo, strumento per la sua apertura al mondo e a Dio, se uno non è serio con quello che sente nella sua umanità, non può essere in attesa di quel Cristo, di quel Dio diventato uomo, che è la risposta al cuore dell’uomo, alle attese con cui dalla madre è stato partorito, affinché la natura lo sospingesse, attraverso tutti i rapporti, per la strada infinita, per la strada del rapporto con Dio.

b) Però, c’è una seconda caratteristica della fede. Se essa dipende dalla libertà come semplicità di cuore, e attraverso il miracolo o l’esperienza del cambiamento nella propria vita diventa ragionevole, dimostrando l’autenticità della sua esigenza d’essere abbracciata; se la fede innanzitutto ha bisogno di questa semplicità e quindi dell’impegno della libertà che tenga sgombro il cuore, guardando con serietà la propria creaturalità, la seconda condizione della fede è che essa è grazia, è dono dello Spirito. Ed è nel connubio tra questa libertà suprema di Dio e la libertà del cuore dell’uomo che la fede scatta, o che la fede accende i suoi passaggi, diventa matura.
Per questo, il segno per così dire più evidente e più clamoroso della giusta disposizione del cuore di fronte al mistero della libertà dello Spirito è una domanda. Come quella del cieco, che gridava: «Fa’ che io veda!», «Che cosa vuoi?», «Fa’ che io veda!»19. E la commozione che Cristo ebbe di fronte al cieco nato, come sottolinea il simbolo inerente a questa disgrazia dell’uomo, che può capitare all’uomo, fu grande. Una volta Pio XII stava ricevendo la gente di un pellegrinaggio e dava la mano da baciare. Arrivato a una persona, questa non baciò la mano. Allora il segretario disse al Papa: «Santità, è cieco». Pio XII mise la mano sulla testa di quel giovane e disse: «Siamo tutti ciechi». È proprio la luce dello Spirito, infatti, che fa agire le circostanze esterne come la circostanza interiore del cuore, affinché la fede non rimanga inerte seme dentro le zolle del nostro essere, ma maturi e si sviluppi efficacemente. Dicevo, però, che l’aspetto più clamoroso dell’autenticità della nostra libertà di fronte alla grande libertà dello Spirito è la domanda della fede. Com’è grande il rapporto tra il piccolo uomo e Dio, com’è grande quando tutto è già nell’impotenza della domanda. Per questo, mi si spiegava in seminario, la preghiera è chiamata da sant’Alfonso «l’onnipotenza supplice». Comunque, è la domanda della fede che assicura maggiormente la verità della nostra libertà di fronte a Dio.

4. Il pericolo dello spiritualismo
Prima di terminare vorrei sottolineare quale sia il pericolo più grande per la fede oggi. Se la fede è il riconoscimento della presenza di Cristo nell’umano, noi sappiamo come questa Presenza si prolunga nel tempo e nello spazio della storia: questa Presenza si prolunga nel Corpo misterioso di Cristo, nel grande segno sacramentale che è la Chiesa. Noi sappiamo che è in questa realtà dell’unità tra tutti i cristiani, attorno ai loro pastori, con la garanzia del Vescovo di Roma, è dentro questa realtà umana che la presenza di Cristo permane. La fede è perciò riconoscere dentro questa umanità, che evolve la sua fisionomia esteriore di secolo in secolo, anzi di anno in anno, è riconoscere dentro questa umanità, che è formata da noi, la presenza di Cristo reale (perché ognuno di noi è stato come assimilato a Lui, nel mistero della Sua personalità, e tutti noi siamo in una comunione profonda di esseri in Lui, tanto che san Paolo dice: «Non capite che siete membra l’uno dell’altro?»20). La fede è riconoscerLo dentro questa umanità che non è più il singolo uomo Gesù di Nazareth, ma è Gesù di Nazareth glorificato, dopo la sua morte, nella risurrezione, che ha il potere di assimilare a sé tutti coloro che il Padre gli dà nelle mani, dilatandosi, come dice san Paolo nel quarto capitolo della Lettera agli Efesini, dilatandosi e sviluppandosi verso il compimento della Sua statura, della Sua maturità nella storia. Cristo è dentro questa realtà che è la Chiesa.
Ma, fin dai primissimi tempi, nella vita della Chiesa l’alternativa alla fede ha sempre giocato un ruolo drammatico, tragico. Nei nostri giorni questo ruolo è diventato talmente potente e il suo risultato è talmente grave - la sua vittoria è talmente grave -, che Paolo VI, in una conversazione con il grande filosofo francese Jean Guitton, disse: «Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che [sempre] sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia»21.
Questa drammatica testimonianza di Paolo VI, questo giudizio tremendo di Paolo VI su questa epoca della Chiesa, mette in risalto, come stavo accennando prima, un’alternativa che è continua nella storia di questi ultimi anni, una tentazione continua. L’alternativa alla fede è la riconduzione dell’avvenimento cristiano a qualcosa che decidiamo noi: non il riconoscimento dell’avvenimento cristiano come l’annuncio lo porta - Dio è presente in questo uomo, Cristo; Cristo, Dio-uomo, è presente nel mistero del Suo corpo che è la Chiesa -, ma la riduzione del messaggio cristiano alla luce dei criteri della ragione umana così come li formula la cultura del tempo. Vale a dire, non è più l’avvenimento cristiano che sfida la ragione, ma è la ragione che assale il fatto cristiano e lo deprime, lo riduce alle evidenze richieste dalla cultura del momento. Duemila anni fa si chiamava gnosticismo, adesso si può chiamare con tanti nomi: razionalismo, illuminismo, progressismo, secolarismo. Può essere chiamato con tanti nomi, ma è in ogni epoca una specie di neo-gnosticismo: quello che è vero è ciò che io ritengo vero di quello che mi viene detto. È l’opposto dell’uomo semplice, che abbraccia come un bambino («Se non sarete come bambini...»22) ciò che gli viene detto attraverso l’evidenza di quello che esso porta.
Invece, questa posizione farisaica (è esattamente la posizione del fariseo, che della legge rispettava la propria interpretazione), questa interpretazione del messaggio cristiano, tende a ridurre Cristo: non Dio-uomo realmente, ma Cristo è un uomo che ha sentito Dio più degli altri, come diceva nell’Ottocento Renan, per esempio; oppure, Cristo è una parola, una parola grande, che rianima il sentimento religioso. A seconda delle posizioni culturali, questa riduzione viene fatta.
Tutto quello che ho chiamato gnosticismo, dai primi giorni fino a ora, ha un denominatore comune, e può sfociare nel materialismo o nello spiritualismo allo stesso modo, identicamente. Tuttavia, nell’alveo della storia cristiana, è soprattutto nello spiritualismo che sfocia, vale a dire, in un concetto di Spirito, di Dio, intimistico. Ho detto spiritualismo, ma preciso. Cos’è lo Spirito che il Vangelo e la tradizione biblica ci hanno fatto conoscere? È quella potenza con cui Dio dal nulla crea la materia, il tempo e lo spazio; è l’origine, il potere che origina la realtà, anche materiale. Cos’è quel potere dello Spirito che ha investito la Madonna, ha generato Cristo, ha “plasmato” Cristo? Cos’è questo Spirito che, nella storia, nel tempo e nello spazio, crea i prodromi di Cristo? È un concetto dello Spirito che, nella sua autenticità e ortodossia, rivela la potenza con cui Dio è capace di plasmare tempo e spazio, di realizzare nel tempo e nello spazio, di realizzare nella storia, un’esistenza diversa, un’opera diversa, non semplicemente il termine di una pietà, ma una presenza che trasforma - ancora una volta viene l’idea di cambiamento -: trasforma, cambia il modo di vedere le cose, cambia l’intelligenza, il modo di affezionarci alle cose, l’amore, e il modo di lavorare, cioè di plasmare le cose, genera una vita diversa. Per questo, il Papa, questo Papa, ha parlato sempre dello Spirito come dell’origine di un mondo nuovo, che incomincia nel presente, incomincia sulla terra.
Se il Signore non fosse questa potenza, allora non avremmo tra di noi il Dio fatto uomo, Cristo; non sarebbe nelle nostre chiese e non sarebbe nel grande Corpo della Chiesa, cioè dentro la nostra unità, dentro la nostra fraternità, dentro la nostra comunione. Non è più il Dio lontano, non è lo Spirito invisibile: è lo Spirito invisibile che si documenta continuamente, non in una emozione effimera e soggettiva, ma in un cambiamento di questo mondo.
La fede, se possiamo così tradurre una frase di san Paolo, non è semplicemente utile all’aldilà, al futuro, ma è utile al presente. La pietà serve per tutto, essendo capace d’essere utile per il futuro e per il presente23. E, se accettiamo questa espressione che può sembrare banale, è nella dimostrazione che la fede è utile per il presente, per un cambiamento presente, il contenuto della grande testimonianza a Cristo, per cui a noi è stato dato il Battesimo: «È venuta l’ora, glorifica il Figlio tuo»24. E il Padre glorifica il Figlio suo attraverso noi, attraverso la nostra vita. E la nostra vita Lo glorifica se, in Suo nome, per quel riconoscimento di Lui che anima tutta la mia persona, la nostra vita in qualche modo, all’occhio del semplice, sensibilmente cambia.

Note
1 Il riferimento è al Sinodo dei Vescovi sui laici, tenutosi a Roma dall’1 al 30 ottobre 1987.
2 Gv 17,1-3.
3 Cfr. Dt 14,2.
4 Cfr. Mc 8,38; Lc 9,26.
5 Cfr. Mt 25,31-46.
6 Gv 3,6.8.
7 Cfr. Gv 1,35-42.
8 Lc 4,16-21.
9 Cfr. Mt 13,55; Mc 6,3.
10 1Gv 1,1-3.
11 Cfr. Gv 14,8-9.
12 Cfr. Mt 16,13-17.
13 Cfr. Gv 6,52-60.
14 Mt 11,25-26.
15 Cfr. Lc 4,21.
16 Cfr. 2Cor 10,5.
17 Cfr. Mt 19,29; Mc 10,29.
18 R. Niebuhr, Il destino e la storia, Bur, Milano 1999, p. 66.
19 Cfr. Mc 10,46-52.
20 Cfr. Ef 4,25.
21 J. Guitton, Paolo VI segreto, Edizioni Paoline, Milano 1985, pp. 152-153.
22 Cfr. Mt 18,3.
23 Cfr. 1Tm 4,8.
24 Gv 17,1.

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