Essere certi di alcune grandi cose - Luigi Giussani

Essere certi di alcune grandi cose

Luigi Giussani Tracce

6/30/2007 - Pagina uno

Pubblichiamo un brano tratto dal nuovo libro di Luigi Giussani Certi di alcune grandi cose (1979-1981), secondo volume della serie “L’Equipe” (che propone le lezioni e i dialoghi di don Giussani con i responsabili degli universitari di Comunione e Liberazione), ospitata all’interno della collana Bur Rizzoli “i libri dello spirito cristiano” diretta da Julián Carrón. In libreria da metà luglio, il testo verrà presentato sabato 25 agosto, a conclusione del Meeting di Rimini


Proprio l'impegno estremamente bello che la maggior parte della nostra gente - dei qui presenti con le loro comunità - ha vissuto (non tutte le comunità universitarie, ma la maggior parte di esse ha certamente vissuto questo mese e mezzo in un modo bello e vivo), proprio questo impegno dà rilievo all'osservazione fatta: è questo che rende inquieti, perché sentiamo tutti il pericolo incombente di restare in questo "bagnasciuga", in questa suspence fra impegni per la Cusl o per il Clu e una vita, una vita quotidiana, una vita personale, che è tutta affaticata dall'assenza di motivi che rendano dignitosi, gustosi e umani gli affari, le imprese in cui ci si mette tutti i giorni, gli interessi di tutti i giorni.
L'intervento citato ha risposto con una parola bellissima. Ha detto: «Bisogna che noi diventiamo più poveri», e ha usato questa parola in modo veramente cristiano, ne ha centrato il valore. Più poveri: cosa vuole dire «più poveri»? Vi ricordate che cosa ha detto? «Essere certi di alcune grandi cose». Il povero è chi è certo di alcune grandi cose, per cui - certo di alcune grandi cose - ti costruisce la cattedrale e vive nelle catapecchie, centomila volte più uomo di chi ha come orizzonte ultimo l'appartamento totalmente confortevole e poi, se viene, dà anche l'obolo per la Chiesa. Poveri: certi di alcune grandi cose. Perché povertà è essere certi? Perché la certezza vuole dire un abbandono di sé, vuole dire superamento di sé, vuole dire che io sono piccolino, sono niente, e la cosa vera e grande è un'altra: questa questa è la povertà. È questa povertà che rende pieni e liberi, che rende attivi, vivi, appunto perché la legge dell'uomo, cioè il dinamismo stabile del meccanismo naturale che si chiama uomo, è l'amore, e l'amore è l'affermazione di qualcosa d'altro come significato di sé. Per questo, se non è facile trovare tra di noi gente certa, è perché non c'è ancora povertà fra noi. La povertà, infatti, è una conquista molto adulta. [...]

Noi viviamo una responsabilità più critica che creativa, cioè che risponde alle cose quando diventano obiezione rilevante. Quando le cose diventano obiezione rilevante alla nostra posizione ciellina, allora diventiamo critici. Ma non siamo creativi, perché la creatività è la fede che si rischia nella circostanza e la cambia, la muta, cioè crea qualche cosa di diverso. Così, per esempio, nel rapporto ragazzo-ragazza l'atteggiamento critico si chiama moralismo, l'atteggiamento creativo è qualcosa che fa diventare diverso il rapporto. Il moralismo ti lascia - sempre di meno, ma ti lascia - un po' preoccupato se oltrepassi certi limiti, mentre una posizione creativa è un'altra cosa: diventa un'altra cosa il rapporto, diventa un'altra cosa il modo di guardare e di pensare, e questo è un pezzo di umanità diversa. L'atteggiamento critico non fa diventare diversa l'umanità, casomai crea disagio (l'unico gusto può essere allora quello di litigare).
Il "problema" è proprio la fede che si rischia nelle circostanze, che mobilita me contro la circostanza in quanto essa obietta e vorrebbe che io sospendessi la certezza nelle poche grandi cose. Cosa c'entra l'ideale con lo studio, con i soldi, con la famiglia che devi fare o che hai? Cosa c'entra? Ecco, questo è un "problema", pone un problema, perché queste situazioni vorrebbero che io sospendessi la certezza e adottassi un atteggiamento di reattività più banale. Allora io sono mobilitato e lotto contro questa obiezione, contro questo attacco: contrattacco e, contrattaccando, la fede fa concepire e mobilita in modo diverso il mio rapporto con le cose che mi interessano, e così si crea un'esperienza di umanità diversa, ed è questa la verifica della fede: la fede diventa grande e grossa.
Cos'è che permette che il problematicismo resti veramente un dinamismo problematico? Cos'è che impedisce di scadere nel problematicismo, o nello scetticismo, che è lo stesso, quando le cose diventano obiezione, e allora uno rimane lì come handicappato, con le mani che non sanno come muoversi, e poi si inoltra in lui un'aria di scetticismo e di "smagamento"? Cos'è che impedisce di cadere nel problematicismo e consente invece di afferrare per il bavero la problematica, perciò di vivere in modo vivo (perché la vita è una problematica, una trama di problemi in cui l'ideale in noi opera, si scontra e vince o, che è lo stesso, fa risorgere l'umano)? Che cosa impedisce di cadere nel problematicismo e permette di rimanere al livello sano d'una problematica vissuta? Ciò che elimina il problematicismo è «essere dentro il modo storico con cui è possibile per me il rapporto con Cristo», come è stato detto. Ciò che elimina il problematicismo è essere dentro, stare dentro il modo storico con cui è possibile per me il rapporto con Cristo.
Se un feto potesse pensare, come sarebbe possibile per lui evitare il problematicismo («Oddio, adesso come farò a respirare, come farò ad alimentarmi, come faranno le mie cellule a compiere il metabolismo?»)? Il problematicismo, che diventa obiezione, lo farebbe restare lì freddo e ansioso, e poi scettico: «È impossibile vivere!». Invece: che cosa renderebbe il piccolo feto "aggressivo", cioè capace di affrontare la problematica del vivere? Stare dentro il modo storico con cui è possibile per lui il rapporto con la vita, che è quel ventre, che è sua madre, che è quella matrice. Avrebbe potuto avere miliardi di altre matrici nella storia! Ma questo è astratto: per lui è quella matrice, non ce n'è un'altra (non credo che il trapianto possa essere fatto tranquillamente a livello di queste cose!).

Il quinto passaggio ci riporta al secondo, vale a dire ci costringe a guardare in faccia la parola "fede". «Stare dentro il modo storico che ti ha reso possibile il rapporto con Cristo» è una formulazione sintetica e definitiva.
La fede. Quelle «poche grandi cose» che cosa sono?
Primo: la presenza tra noi del Mistero che fa tutte le cose, sotto forma umana: è diventato uomo, e questa realtà è tra noi («Sarò con voi fino alla fine»1) e niente potrà mai estirpare dalla carne della storia, dalla carne del tempo e dello spazio, questa Presenza, neanche il tradimento o l'obliterazione che tutti noi facessimo.
Io dicevo un po' di tempo fa, dopo le notizie del Referendum: «Ecco, questo è un momento in cui sarebbe bello essere solo in dodici in tutto il mondo». Vale a dire, è proprio un momento in cui si ritorna da capo, perché mai è stato così dimostrato che la mentalità non è più cristiana. Il cristianesimo come presenza stabile, consistente, e perciò capace di "tradere", di tradizione, di comunicazione, di creare tradizione, adesso non c'è più: deve rinascere. Deve rinascere come sollecitazione alla problematica quotidiana, vale a dire alla vita quotidiana, alla vita. Io vorrei insistere su questo, perché la parola "vita" è equivoca, può essere intesa in senso vitalistico, e allora vivere la vita è una reattività, e questo è infraumano. La vita umana è fatta di intelligenza e libertà, cioè è fatta di giudizi, di scelte e di energia affettiva: questo è la vita come problematicità, è la vita come problema. Non vi ripeto il paragone che faceva Stuart della sacca esotica. Qual è il passaggio dall'infanzia, dalla fanciullezza all'inizio di una consapevolezza personale? L'età è tra i dodici e i quindici anni; ma adesso lasciamo andare il momento, che non si può fissare matematicamente: quello che caratterizza l'inizio di una coscienza personale, e perciò un senso della propria identità è il passaggio dall'avere perché si riceve, cioè dal dato tradizionale, "tràdito", alla problematicità, cioè alla criticità e alla scelta: di fronte a quello che ci è stato dato, uno dice: «Perché?», e «trattiene il valore»2, come diceva san Paolo a quelli di Salonicco.
Ora, la sollecitazione a rendere la vita "problema", vale a dire "guerra", a vivere la vita come guerra, è una sola: Cristo, questa presenza nel mondo. È qui il punto: la fede è il riconoscimento di questa Presenza, e basta. Questo è «quelle poche grandi cose» di cui è ricca la nostra povertà, cioè la nostra verità. La fede è riconoscere Cristo.
Ma dove sta il punto? Il punto della questione sta nel fatto che tutti diciamo: «Cristo», ma questo Cristo è come se non esistesse; perché Cristo è la risposta, è il senso, Cristo è la forma, è il significato del vivere, perciò è il significato e la forma del rapporto affettivo o dell'uso delle cose o del modo di guardare la natura, il tempo, lo spazio, il proprio progetto futuro o il proprio passato: Cristo deve diventare la forma di questo, l'ispirazione attiva e fattiva di questo, il criterio di questo. Come diceva il già tante volte da me citato Romano Guardini in quella bellissima frase (è la più bella che abbia sentito in questo senso ed è la più sintetica): «Nell'esperienza di un grande amore, tutte le cose diventano un avvenimento nel suo ambito»3. La grande cosa per cui tutto diventa un avvenimento nel suo ambito (cioè è determinato da essa) è la fede. La giustizia è la fede. «Il mio giusto vive di fede»4. Qual è la giustizia nel rapporto con tuo padre e tua madre? La fede. E qual è la giustizia nel rapporto con la tua donna? La fede. E qual �a giustizia nel tuo modo di studiare? La fede. E qual è la giustizia nel tuo modo di lavorare? La fede. E qual è la giustizia nel tuo modo di metterti in rapporto con tutte le forme di solidarietà tra i lavoratori che si chiamano sindacato? La fede. E qual è la modalità con cui tu guardi la società, il modo d'affrontare la societ e la realtà? La fede. La giustizia è la fede, e la fede è riconoscere quella Presenza: Cristo è il contenuto della fede.
Qui ci sono due attenzioni da avere, che sono state rilevate molto opportunamente stamattina.

1) Dapprima una negativa, vale a dire: se l'ideale è la persona di Cristo, si è accusato stamattina lo scarto tra quello che vediamo in noi e fuori di noi e l'ideale: «Io non lo sento», «È astratto per me», oppure: «Sono diverso da come dovrei essere, ho vergogna, le Sue parole sono ben lontano da quel che faccio io». Lo scarto. Questa è la prima cosa tremenda, che bisogna che avvenga; anzi, prima di qualunque tentativo di coerenza, questa è la suprema coerenza. Qual è la suprema coerenza con Cristo, nel riconoscere Cristo? Che anche se tu sei un mucchio di letame, Cristo è più grande del tuo mucchio di letame, è più capace, è più forte di tutto il pozzo della tua miseria. Per questo, la fede è una certezza che non può mai fare venire meno la letizia, perché il motivo della letizia è una certezza che è più grande di ogni considerazione che faccio di me stesso. Questo è l'amore, questa è l'affermazione di qualcosa d'altro. Io faccio sempre il paragone del bambino, perché è il paragone più perfetto; potrei fare il paragone di una persona che voglia veramente bene, che sia profondamente innamorata di un'altra, ma questo capita rarissimamente e non senza la mescolanza di molti errori (come diceva san Tommaso d'Aquino5 parlando dell'uomo che raggiunge l'idea dell'esistenza di Dio); invece, nel bambino, la natura ottiene ciò di schianto. Il bambino è per sua natura lieto - per sua natura lieto! - quando è nelle condizioni naturali: le sue condizioni naturali sono suo padre e sua madre. Avesse fatto il cattivo, avesse commesso tutto quel che volete un istante prima, se sua madre lo prende tra le braccia è lieto, non ha più niente, perché la consistenza di sé è l'affermazione di quella donna che ha davanti. E la faccia del bambino dice questo in un modo inconfondibile e spettacoloso, per chi guarda con occhio intelligente.
Perciò, lo scarto di qualunque natura («non sento», «è astratto», «è una parola»), qualunque scarto non è obiezione alla certezza che si chiama "fede" e all'energia - che questa certezza impegna - della libertà. Questo è il punto di partenza che dà una caratteristica capacità di letizia, assolutamente inconcepibile al di fuori dell'esperienza della fede cristiana: non c'è niente di più strano, infatti, che una gioia reale dentro un individuo che è cosciente di quello che è, della sua miseria. Questa è realmente una cosa dell'altro mondo: è una cosa dell'altro mondo ed è una cosa che uno vive, e non è possibile al di fuori dei termini della nostra fede.
2) Il secondo rilievo, invece, è positivo. Lo scarto, qualunque scarto, non è obiezione: l'obiezione è che tu ceda al problematicismo o accolga l'obiezione alla tua identità. Invece la fede, cioè riconoscerti presente, o Cristo («Ti riconosco presente»), porta con sé un compito grande come il mondo e come la storia; la fede - riconoscere Cristo come la cosa grande che è la ricchezza della mia povertà - costituisce il seme di un popolo nuovo. È lo stesso. «Porta un compito grande come il mondo e la storia» o «è il seme di un popolo nuovo» è lo stesso: è la abolizione del privato; proprio la categoria del privato scompare.
La categoria del privato nella concezione cristiana non esiste, tanto è vero che il concetto di merito, vale a dire il valore dell'azione, il valore morale dell'azione - che si chiama "merito" - è la proporzione che l'azione ha con il disegno di Dio. L'azione è giusta quando è "funzione di", cioè dilata il Regno di Dio, cioè è per il mondo: un'azione è morale quando aiuta il mondo a realizzarsi. Badate che questa azione non è solo la lotta per il Referendum: questa azione può essere il lavare i piatti. La categoria del privato è inesistente, non c'è più, come non può esserci neanche un capello del capo che sia autonomo, perché «anche i capelli del vostro capo sono numerati»6, come uno non può dire neanche una parola per scherzo che non abbia un peso eterno («Renderete conto anche di ogni parola detta per scherzo»7). Perciò, sempre nel quotidiano, questa grandezza dilata la percezione della propria umanità e quindi la percezione del proprio rapporto con tutto.
Ma se la fede è riconoscere Cristo, il grande ignoto tra di noi, il grande nascosto, veramente il Dio nascosto tra di noi, la grande censura, per cui noi siamo conniventi con «il mondo che è tutto posto nella menzogna»8, la bugia è non riconoscere Cristo, il mentitore è chi non riconosce Cristo.
Dunque, l'altra delle «poche grandi cose» di cui si parlava è la nostra compagnia, come è stato rilevato poi. Se l'ideale è Cristo, bisogna che non rimanga psicologismo. È psicologismo tutto quello che viene operato e viene ridotto a dei nostri pensieri o a dei nostri sentimenti; appartiene a una realtà puramente psicologistica tutto ciò che rimane soltanto pensiero o sentimento, immagine.
Se l'ideale è Cristo, bisogna che non rimanga psicologismo. È stato detto questa mattina: «Questa "idea" la posso vedere». La tragedia per noi è che Cristo rimanga un'idea, mentre è una presenza e la posso vedere, debbo cioè riconoscerla nella compagnia nostra, in questo fatto vivente che è la nostra compagnia, rimanessimo in dodici in tutto il mondo: la nostra compagnia, questo fatto vivente, il cui significato supera la sua forma e la sua consistenza. Il significato della nostra compagnia supera quello che siamo e la somma di quello che siamo, come ho già detto l'ultima volta. Fossimo anche mille volte più meschini di quello che siamo, la nostra compagnia è una cosa sacra, grande, perché essa è come l'involucro, è come il segno della cosa grande che è la ricchezza della nostra povertà.
Così, la nostra coscienza scatta, la nostra vita scatta quando il primo dato, cioè il primo oggetto che ci interessa, è ciò che abbiamo incontrato. Ciò che abbiamo incontrato è il contenuto della fede: una compagnia, il cui significato, la cui consistenza è una cosa più grande di chi la compone, cioè Cristo. Fare credito, dunque, a questa compagnia; fare credito, «credere se alicui», abbiamo studiato nella grammatica latina, «affidarci a», «darci a», cioè «appartenere», questo è ciò che ci definisce: siamo definiti da una appartenenza, l'appartenenza a Cristo, che è astratta idea se non è dentro la modalità storica in cui l'abbiamo incontrato. La modalità storica fa ridere, ma senza di essa non Gli apparteniamo.
È una compagnia tra noi, quindi, «non come riparo dai colpi», come è stato detto stamattina argutamente, non quando paga, è stato detto altrettanto argutamente, ma come sostegno della mia posizione personale, come richiamo, alimento e correzione della mia posizione personale, cioè della mia fede, del mio riconoscere Cristo.
Questa è, perciò, forse, la formula che dobbiamo perseguire in questo primo pezzo di cammino che dobbiamo svolgere dopo questi mesi nuovi: «La vita non è più dell'ideale, la vita non può essere più dell'ideale, ma l'ideale è più della vita», secondo quanto è stato detto stamattina. La vita è più dell'ideale quando le circostanze, tante circostanze, quelle che magari più premono individualmente, si sottraggono al giudizio e alla carica, all'attacco, dell'ideale: rifiutiamo il problema, la lotta e il problema; allora la vita diventa più dell'ideale e l'ideale si raccoglie in un angolo, come una nicchia a cui anche tributiamo incenso in certi momenti. Ma è l'ideale più della vita: «La tua grazia vale più della vita»9, come dice un Salmo che abbiamo ripetuto tante volte. Cioè: «La Tua presenza vale più della vita».
Arrivederci, auguri!

Note
1 Cfr. Mt 28,20.
2 Cfr. 1Ts 5,21.
3 Cfr. R. Guardini, L'essenza del cristianesimo, Morcelliana, Brescia 1980, p. 12.
4 Cfr. Ab 2,4.
5 Cfr. San Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, I, q. 1, art. 1.
6 Cfr. Mt 10,30; Lc 12,7.
7 Mt 12,36.
8 Cfr. Gv 8,44.
9 Sal 63,4.

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