La familiarità con Cristo - Luigi Giussani

La familiarità con Cristo

Luigi Giussani Tracce

1/31/2007 - Pagina Uno

Appunti da una lezione di Luigi Giussani in occasione degli Esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e Liberazione, Rimini, 8 maggio 1982



Sono come un po’ impacciato e confuso nell’iniziare, perché mi vengono insistentemente alla mente i nomi dei primi miei scolari, che il Signore ha fatto arrivare fin qui; e, dopo di loro, mi vengono alla mente tutti gli altri che ho conosciuto e quelli che sono qui e che non conosco personalmente - coi quali il rapporto è tuttavia molto più significativo che neanche quello con tanta gente che conosco e con cui non cammino, perciò è come se li conoscessi -. Questo pensiero dei primi ragazzi che ho avuto e che adesso sono qui, gloriosi padri e madri di famiglia, con figli oramai più che undicenni, dodicenni, eccetera, riusciti nella loro professione, magari "almi" docenti universitari, mi fa realmente tremare. Mi fa tremare - perdonate - non tanto per la meraviglia di una storia accaduta; non mi fa tremare per quello che mi accomuna a loro, per quello, quindi, che mi accomuna a voi e che è quanto di più grave e di più importante ci sia nella mia vita e nella vostra. Giovanni Paolo II disse: «Non ci sarà fedeltà […] se non si troverà nel cuore dell’uomo una domanda, per la quale solo Dio offre risposta, dico meglio, per la quale solo Dio è la risposta»(1). «Una domanda, per la quale solo Dio offre risposta». Dai banchi della scuola, su cui ci siamo trovati, fino alla compagnia di oggi - come accennavo già ieri sera sotto la spinta della liturgia -, è la serietà di questa domanda umana che mi sorprendo questa mattina a sentire in tutta la sua esigenza, in tutta la sua forza, e in tutta la precarietà di consistenza che essa ha nella vita di un uomo. Infatti, anche quando questa domanda è intenzionalmente viva, quanto è dimenticata nel cumulo dei minuti e delle ore della giornata! Insomma, quanto noi andiamo lontani da noi stessi lungo il corso del cammino del nostro tempo!


Quello che mi fa tremare, questa mattina, è realmente la sorpresa che una grande lontananza è possibile da me stesso, perché la mia persona è ciò che deve diventare: l’uomo è un progetto, la sua definizione viene dal compiersi di questo progetto. Il pensiero di questa mattina mi fa sorprendere così normalmente lontano da quello che, pur intenzionalmente, così insistentemente riprendo, rimedito e rilancio agli altri da meditare. Vale a dire: com’è urgente che l’umanità con cui ci siamo incontrati tanti anni fa - perché quello che ci ha fatti incontrare è stata una umanità -, com’è urgente che questa umanità che ci ha fatti incontrare tanti anni fa, che vibrava dentro di voi e che otteneva appassionata risposta in me, com’è importante che questa umanità si ritrovi insieme, si aiuti opportunamente a non dimenticarsi! E per non "dimenticarsi", bisogna che la risposta sia presente.

«Perché l’uomo possa credere in se stesso, deve credere in Dio - dice Karol Wojtyla in un’altra occasione -, dato che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio. Quando all’uomo si toglie Dio, non lo si restituisce a se stesso, ma lo si toglie a se stesso!»(2).

Chissà se ci commuoviamo ancora, come ci siamo commossi a Varigotti, leggendo i brani stampati sulle piccole antologie preparate per la tre giorni di Pasqua o per la tre giorni di settembre, chissà se ci commuoviamo ancora come allora! Ai nostri amici universitari, quest’anno, ho ricordato parecchie volte - l’ho ripetuto anche agli adulti di Milano nell’assemblea iniziale dell’anno - questa poesia dell’autore di Barabba, Pär Lagerkvist, che mi piace tanto, perché è come riassuntiva di tutto lo spunto umano a cui ci siamo appoggiati nei primi dieci anni della nostra storia: «Uno sconosciuto è il mio amico, uno che io non conosco. / Uno sconosciuto lontano lontano. / Per lui il mio cuore è colmo di nostalgia. Perché egli non è presso di me. / [...] Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza? Che colmi tutta la terra della tua assenza?»(3). Ripensavo stamattina: chissà se questa domanda è vera - è vera -? Se per un uomo ateo alla ricerca è stata possibile un’espressione di questo genere, che ne dovrebbe essere di me? Come in me si dovrebbe ripetere, dovrebbe riecheggiare, la domanda che Mosè fece a Dio dopo l’incontro, quando Dio se ne stava andando: «Fammi vedere il Tuo volto»(4)?

Ecco, io volevo innanzitutto dire che la situazione in cui versiamo è troppo probabile che renda intellettuali o intenzionali i nostri "credi", renda intellettuali e intenzionali le nostre parole, le parole dei nostri discorsi. Non che il cuore sia lontano da esse, ma certamente è come se quello che queste parole dicono fosse lontano dal cuore, cioè non fosse presenza. Siete diventati grandi: mentre vi siete assicurati una capacità umana nella vostra professione, c’è come, possibile, una lontananza da Cristo (rispetto alla emozione di tanti anni fa, di certe circostanze di tanti anni fa, soprattutto). C’è come una lontananza da Cristo, salvo che in determinati momenti. Voglio dire: c’è una lontananza da Cristo, salvo quando vi mettete a pregare; c’è una lontananza da Cristo, salvo quando vi mettete, poniamo, a compiere delle opere in Suo nome, in nome della Chiesa o in nome del movimento. È come se Cristo fosse lontano dal cuore. Con il vecchio poeta del Risorgimento italiano si direbbe: «In tutt’altre faccende affaccendato»(5), il nostro cuore è come isolato, o, meglio, Cristo resta come isolato dal cuore, salvo che nei momenti di certe opere (un momento di preghiera o un momento di impegno, quando c’è un raduno generale, c’è da tenere una Scuola di comunità, eccetera).

Questa lontananza di Cristo dal cuore, salvo che la Sua presenza sembri operare in certi momenti, genera anche un’altra lontananza, che si rivela in un ultimo impaccio tra di noi - sto parlando anche di mariti e mogli -, in un ultimo impaccio vicendevole. L’assenza della conoscenza di Cristo (conoscenza come l’intende la Santa Bibbia: conoscenza come familiarità, come affiatamento, come immedesimazione, come presenza al cuore), la lontananza di Cristo dal cuore rende lontano l’ultimo aspetto del cuore dell’uno dall’ultimo aspetto del cuore dell’altro, salvo che nelle azioni comuni (c’è la casa da portare avanti, i figli da accudire, eccetera). C’è anche un rapporto, indubbiamente c’è il rapporto vicendevole, ma è solo in operazioni, in opere, in gesti comuni in cui ci si ritrovasse o vi ritrovaste. Ma quando vi ritrovate nell’azione comune, essa leggermente - poco o tanto -, rende ottuso l’orizzonte del vostro sguardo o del vostro sentire.

È pur vero che tutto ciò che abbiamo ricevuto nella vita, diventando grandi, si è sedimentato e opera; opera, non resta senza frutto. Sto parlando in questo modo, partendo dall’impressione che faccio a me stesso, ricordando che ciò per cui sono qui è innanzitutto ciò per cui i miei antichi scolari sono qui, cercando io quello che cercano loro; ed è questo anche il senso, cui ho accennato ieri sera, della presenza di tanti sacerdoti (è un aspetto commovente o l’aspetto forse più commovente della nostra riunione, perché non sono mai stati con noi con la verità semplice con cui sono qui adesso). Insomma, siamo tutti realmente uomini alla ricerca del loro destino e uomini che sono stati avvisati, percossi, incontrati dal loro destino. Questo ci definisce, questo ci dà consistenza.

Comunque, sono partito dalla considerazione su me stesso e dal tremore, dall’impaccio che provo nell’abbordare la conversazione nostra di quest’oggi, perché è come se mi sentissi svestito di tutto quello che quotidianamente debbo fare, e debbo fare tra di voi, e risentissi in me stesso, dopo tanto tempo, più che in tanti altri tempi, questa equivocità del "diventare grandi". Infatti quello che abbiamo ricevuto si sedimenta in modo tale che dà anche il suo frutto, però il cuore, proprio il cuore, nel senso letterale della parola, è come se partecipasse al mio impaccio di questa mattina, è come se fosse impacciato con Cristo, è come se non proseguisse una familiarità che si è fatta sentire, sia pure con la sentimentalità caratterizzante l’età, a un certo momento della nostra esistenza. C’è un impaccio che è lontananza Sua, che è come una non presenza Sua, un essere non determinante il cuore. Nelle azioni no, in quelle può essere determinante (andiamo in chiesa, "facciamo" il movimento, diciamo anche Compieta magari, facciamo la Scuola di comunità, ci impegniamo nella caritativa, andiamo a fare gruppi di qui e di là e ci lanciamo, ci catapultiamo anche in politica). Non manca nelle azioni: nelle azioni, in tante azioni, può essere determinante, ma nel cuore? Nel cuore no! Perché il cuore è come uno guarda i suoi bambini, come uno guarda la moglie o il marito, come uno guarda il passante, come uno guarda la gente della comunità o i compagni di lavoro, oppure - soprattutto - come uno si alza al mattino. E questa lontananza spiega anche un’altra lontananza, che si rivela pure in un ultimo impaccio nei rapporti tra noi, nello sguardo tra di noi, perché è solo Cristo nostro fratello che ci può rendere realmente fratelli - fratelli! -.

Se pensiamo che il valore, la consistenza e il valore della nostra vita stanno nella responsabilità di questa vicinanza di Cristo e quindi di questa vicinanza tra uomini, di questa vicinanza tra di noi, dobbiamo allora capire che l'amicizia e la compagnia che intendiamo vivere sono per non permettere che abbiamo a sospendere o a lasciare sospesa la nostra iniziativa in tal senso. Il rapporto mio con Dio: questo può sostenere la vita come opera che edifica il mondo, come cosa vera. Ma il primo frutto che questo rapporto può dare è quello di creare una compagnia, una compagnia tra chi quell'opera intende vivere e intende realizzare. La nostra compagnia vuole non permetterci più che il tempo passi senza che la nostra esistenza chieda, rincorra, voglia, il rapporto con Dio presente e senza che la nostra esistenza voglia o accetti quella compagnia, senza la quale non sarebbe vera neanche l'immagine della Sua presenza.

Non so se sono riuscito a dire bene l’impressione che pure mi dominava, inquieta, anche se confusa, questa mattina: quello che ho chiamato "l’equivocità del diventare grandi" è realmente una presa di coscienza da cui dobbiamo partire. Io non ritengo, infatti, che sia una caratteristica, statisticamente normale, che il diventare grandi ci abbia reso più familiare Cristo, ci abbia reso più presenza quella "grande assenza", ci abbia reso più familiare la risposta alla domanda con cui abbiamo sentito la proposta venticinque anni fa. Non credo. Paradossalmente - insisto - Cristo è proprio il motivo per cui facciamo un tipo di vita che non avremmo fatto: eppure è lontano dal cuore! Così, siamo "irretiti" o implicati in una compagnia che non avremmo certamente scelta o comunque non avremmo avuta così, uguale a quella che abbiamo ora: eppure il diventare grandi ci introduce in un impaccio e in una lontananza, come fondo, tra di noi.

Dirò che - così vado verso l'unica cosa su cui voglio insistere questa mattina -, salvo una certa distrazione, che può benissimo annebbiare come cortina fumogena il fondo della questione, il diventare grandi è molto, molto difficile che abbia a evitare una "demoralizzazione". Non dico nelle opere: io sto parlando del cuore, non delle opere. Certo, vedremo che anche le opere poi ne subiscono le conseguenze: non possono diventare opere che sfidano realmente il tempo, non possono avere una vigorosa tenacia di fronte al tempo, quella vigorosa tenacia con cui la liturgia definisce Dio, con cui perciò la liturgia definisce la vera durata, la vera consistenza delle cose. Questa dignità culturale, questa vigorosa tenacia di fronte al tempo dipende dal cuore. Perciò, il problema è realmente del nostro cuore: la sorgente dei sentimenti, dei pensieri, delle immagini e, ultimamente, dei giudizi, delle decisioni e dell’energia fattiva.

Non nelle opere, ma come cuore, ultimamente vi è una demoralizzazione. "De-moralizzazione". Nella Scuola di comunità di quest'anno il significato di questa parola risulta abbastanza interessante: se la moralità è tendere a qualcosa di più grande di noi, la demoralizzazione vuol dire l'assenza di questa tensione(6). Insisto che, come discorsi e anche come opere - non con menzogna, ma anche veritieramente -, questa tensione risorge, ma non è ultimamente nel cuore. Perché ciò che è ultimamente nel cuore non ha ore e non ha condizioni che lo impediscano o che lo sospendano; può vivere anch'esso la dimenticanza di sé, ma è una dimenticanza di sé che però gli permette di vivere lo stesso. Come l'io non può sospendere il suo vivere, così, quando il cuore è morale, quando il cuore non è demoralizzato, allora quella tensione al "più", al qualcosa di più, è come se non venisse mai meno. È come, per i bambini, la vostra presenza materna e paterna: mentre vostro figlio gioca è come se non ci pensasse, ma se voi andate via se ne accorge, sospende il gioco.

Ecco, voglio dire che c'è una demoralizzazione in noi, una demoralizzazione che caratterizza il diventare grandi. La nostra compagnia deve innanzitutto farci lottare contro questa demoralizzazione, vorrebbe essere lo strumento principale contro questa demoralizzazione. Non come lo è la nostra situazione nel movimento (perché la nostra partecipazione al movimento non ci lascia tregua su cose da fare o su impegni da avere e su scorci e prospettive da tenere presenti): questa nostra compagnia deve scendere più al fondo, più nel fondo, e deve riguardare noi stessi, deve riguardare il nostro cuore. Questa è una responsabilità, paradossalmente, che non si può scaricare sulla compagnia. Il cuore è l'unica cosa in cui è come se non ci fossero partners, per cui non c'è un'organicità dentro la quale ci siano più persone, ognuna delle quali abbia un ruolo. Se si è in una équipe in cui ognuno ha un ruolo, l'uno tira l'altro, e così è nella vicenda del movimento, nelle attività del movimento. Qui no! Perciò, la nostra dovrà ssere una strana compagnia: è come una compagnia su cui non si può scaricare nulla.

Mi hanno segnalato questa poesia di Alain Bosquet. Dice: «Poiché ero due prima d'esser uno: / essere uno significa soffrirne [ero due, padre e madre, prima di essere uno]. / Poiché ero tre prima d'essere uno: / essere uno significa morirne [padre, madre e figlio; ma quando il figlio diventa persona, diventa maturo, adulto, cioè diventa solo se stesso, deve decidere lui il suo destino e la sua strada]. /Poiché ero mille prima d'esser uno: / essere uno, dopo morto, vuole / dire essere Dio. / Poiché - dimenticavo - io ero zero, / felice e libero prima d'esser uno. / Poiché - dimenticavo - prima d'essere / uno, ero avena, fiume, / diviso, molto multiplo, / uccello, nube [prima di essere uno ero niente, cioè ero tutto il cumulo di cose che biologicamente avrebbero suscitato il mio grumo]: / essere uno [adesso] vuol dire sentirsi / insopportabilmente responsabile»(7). Vale a dire: prima c'erano il padre e la madre, prima c'erano il prete e la diaconia, prima eravamo insieme nella comunità o nella diaconia, e questo essere me stesso, dentro lì, era proprio «morirne». Prima eravamo niente e tutto; ma, a un certo punto, essere uno, essere me stesso, deve diventare «insopportabilmente responsabile». Ho letto questa poesia perché mi sembrava significativa in questo senso. In questa nostra compagnia deve succedere proprio così: è una strana compagnia, in cui uno non può scaricare su di essa nulla, perché tocca a lui. Ma tocca a lui che cosa? Il contrario della demoralizzazione qual è? Il contrario della demoralizzazione, per dirla con una parola breve e veloce, è la speranza.

La speranza è, immediatamente, la speranza su di sé, la speranza nel proprio destino, la speranza nel proprio ultimo. E non esiste al mondo, non esiste; è solo dove Dio ha parlato all'uomo che questa speranza esiste. È per questo che Péguy fa dire a Dio, ne Il portico del mistero della seconda virtù: «La fede che preferisco, dice Dio, è la speranza»(8). Bene, la parola che definisce il contenuto di questa speranza è quella che ha detto l'angelo alla Madonna: «A Dio nulla è impossibile»(9). Io credo che questo sia tutto. L'uomo nuovo che Cristo è venuto a destare nel mondo è l'uomo per cui questa affermazione è il cuore della vita: «A Dio nulla è impossibile»; dove Dio non è il «Dio» dei nostri pensieri, ma è il Dio vero, quello vivo, vivente, cioè quello che è diventato uomo, cioè Cristo.

«A Dio nulla è impossibile». È questo che noi possiamo ritrovare come l'anima della grandezza dell'Antico Testamento. Rileggiamo il bellissimo capitolo 18, versetto 14, del Genesi: «C’è forse qualcosa impossibile per il Signore?». Che stupore quando si pensa che, dicendo questo ad Abramo, Iddio aveva in mente ciò che avrebbe poi detto dopo tanti secoli alla Madonna per mezzo dell’angelo: «A Dio nulla è impossibile»! Questa frase sta quindi proprio all’inizio della storia vera dell’umanità, sta agli inizi della grande profezia del popolo d’Israele, sta agli inizi della storia del popolo nuovo, del mondo nuovo, nell'annuncio dell'angelo alla Madonna, e sta all'inizio della ascesi dell'uomo nuovo, sta all'inizio della prospettiva e della mossa dell'uomo nuovo, nel capitolo 19 di Matteo. Dopo che il giovane ricco, di fronte all'invito di Cristo («Vendi quello che hai e vieni con me»), «se ne andò triste perché aveva molti beni»(10) - era attaccato a quello che aveva - Cristo si mise a gridare contro i ricchi. Ma non era problema di soldi, ultimamente, tant’è vero che gli apostoli, di fronte alla Sua frase: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli», dissero: «Ma chi è che potrà entrare allora nel regno dei cieli? Chi potrà salvarsi?». E loro erano gente povera in canna, quelle quattro cose che avevano le avevano lasciate. Gesù rispose: «A voi è impossibile, ma a Dio nulla è impossibile»(11). Come si fa a vivere la realtà della nostra esistenza e il mondo con quel distacco - perché questo è il povero - che caratterizza il giudizio e la manipolazione delle cose alla luce della loro funzione ultima? Vale a dire, come si fa a vivere in funzione del regno di Dio? Gesù l’aveva spiegato poco prima parlando del matrimonio. Come si fa a vivere il matrimonio in funzione del regno di Dio? Lui, per tutta risposta, ha aggravato la questione parlando della verginità. Come si fa a vivere nel mondo senza la donna, in funzione del regno di Dio? È lo stesso, sono due problemi uguali. Come si fa a vivere in funzione del regno di Dio? «A voi è impossibile, ma nulla a Dio è impossibile». A Dio nulla è impossibile. Per questo Péguy, nelle prime pagine del suo dramma, identifica la speranza con la figura del bambino, cioè identifica il povero di spirito - come ha fatto il Signore - con la figura dell’uomo che spera(12). Per sperare occorre avere povertà di spirito, occorre essere bambini, perché la speranza ha come totale motivo l’appoggio a qualcosa d’altro, l’appoggio al Dio vivo reso presenza, reso cuore nostro.

Alla demoralizzazione del diventare grandi, che è impossibile che non venga, per poca sensibilità che rimanga - perciò, se non viene, a mio avviso, è segno di ottusità della sensibilità morale -, alla demoralizzazione che avviene nel diventare grandi, non nel senso banale del termine, ma rispetto a quella familiarità con Dio in cui sta l’essenza della vita dell’uomo, l’essenza della vocazione umana («Abbiamo ricevuto lo Spirito, nel quale diciamo "Abba", Padre»(13)), a questa demoralizzazione la nostra compagnia deve sostituire un aiuto affinché la nostra vita porti, nel tempo e nello spazio, la speranza, perché la nostra vita sia definita dalla speranza. La speranza è una idea dominante, un sentimento - se volete - dominante più di tutti gli altri, che attraversa tutti gli altri, che qualifica tutti gli altri: «A Dio nulla è impossibile»; non al Dio dei nostri pensieri, ripeto, ma al Dio che si è reso uomo, al Dio vivente che si è reso presenza tra di noi. Per questo occorrerà leggere e l’apologia di Abramo che fa san Paolo nella Lettera ai Romani, capitolo 4, versetti dal 18 al 25 (quella è la figura nostra, la figura che ognuno di noi dovrà assimilare) e la Lettera agli Ebrei, tutto il capitolo 11.

Com’è bambino, povero di spirito, questo grande maestro dello spirito, la grande figura della storia cristiana dei primissimi secoli che è Efrem il Siro! Che animo da bambino ha quando scrive questa preghiera, la preghiera dell’adulto, del vecchio: «Ecco che la mia vita declina di giorno in giorno e crescono i miei peccati. O Signore, Dio delle anime e dei corpi, Tu conosci la mia debolezza. Concedimi, Signore, la Tua forza, sostienimi nella mia miseria […]. O Signore, non disdegnare la mia preghiera […] e conservami la Tua benevolenza fino alla fine»(14)!

«Di giorno in giorno crescono i miei peccati»: è questa l’origine ovvia, giusta - giusta, nel senso che spiega -, che giustifica la demoralizzazione. Ma è come se qualcosa di assolutamente diverso che una "ragionevolezza umana" in noi debba avvenire, per cui uno non conta più su di se stesso, per cui non è in quello che fa che uno ripone la sua fiducia, per cui il giudizio sul vale la pena del vivere non viene dedotto da nessuno dei suoi programmi. Ora, è proprio questa la strana radice che io ho chiamato "cuore": e la vicinanza di Cristo al nostro cuore, questa presenza di Cristo al nostro cuore è ciò che deve produrre il cambiamento profondo del nostro soggetto; e, strano a dirsi, allora programmi, operazioni nostre, impegni nostri acquisteranno una energia, una capacità di consistenza, una utilità che noi non ci saremmo mai aspettati.

Quando un nostro carissimo amico, monaco della Cascinazza, ci ha fatto pervenire quella preghiera medioevale, che poi è stata diffusa (in tanti, almeno a Milano, l’hanno avuta), forse non sapeva di fare una cosa che sarebbe stata così utile per molti. Ma perché utile per molti? Perché è così impossibile o così raro per noi poter trovare l’esempio di un cuore così e quindi incontrarci con una espressione di questo uomo nuovo a cui tutti aspiriamo, a cui tutti siamo protesi! Noi abbiamo bisogno di questa povertà del cuore o di questa novità del cuore più di qualsiasi altra cosa. La lontananza di cui ho parlato prima, infatti, non è solo da Cristo, ma anche dalla moglie, al fondo, perché la lontananza da Cristo è l’impaccio con qualsiasi uomo e anche con se stessi. Si ritorna «due». Senza vivere quella responsabilità, come diceva Bosquet, si ritorna due, si ritorna tre, si ritorna mille, si ritorna zero. Dice la preghiera: «Padre mio, io ti prego: come tu vuoi fa’ di me. Sono misero, Signore, tu lo sai: salvami tu come vuoi. Nessuno allora mi nuoce, quando dal profondo del cuore io credo in te. Tutta la mia energia sembra fuggire da me, la mia salvezza sei tu. Sono cieco e ricerco te. Sono caduto, alzami tu. La tua mano mi ha fatto. Io non prego altri che te. Padre mio, te prego: come tu vuoi fa’ di me. Io sono niente senza di te: quello che tu vuoi fa’ di me»(15). L’esempio che il claustrale o il monaco erano per la vita del popolo cristiano stava a livello di questa semplicità. Ma voglio anche dire che non è affatto un discorso sentimentale o di carattere, di temperamento: è l’indicazione di una direzione senza la quale uno non trova mai se stesso e non può realmente contribuire a edificare un mondo nuovo.

Forse si capisce bene con questo brano che mi ha scritto una universitaria: «A volte è come se nessuno riconoscesse il Signore, perché tutte le teste sono ripiegate sugli errori propri e altrui, sui propri problemi e progetti. Sembra che sia insostenibile la fatica di rialzare lo sguardo da sé a quella Presenza. Così Cristo non riesce a mobilitare niente veramente di noi, non gli diamo gloria. Si pensa a Cristo e si fa in nome di Cristo, ma non si riconosce il Signore risorto, vittorioso e presente». Non ho mai trovato, fino adesso, in sessant’anni, un’espressione più sintetica e più precisa del malanno mortale che è nel popolo cristiano e, più particolarmente, che è nella gente che voglia vivere il cristianesimo, come la gente del movimento. E dico che è un’espressione sintetica anche nel senso che è semplicissima. Perciò la rileggo, perché io avrei voluto stamattina dire soltanto questo, per proclamare che la Fraternità di Comunione e Liberazione non vuole che generare coscienze così, e basta, perché allora si sarebbe sicuri che qualcosa di nuovo avviene nel mondo. «A volte è come se nessuno riconoscesse il Signore, perché tutte le teste sono ripiegate sugli errori propri e altrui, sui propri problemi e progetti. Sembra che sia insostenibile la fatica di rialzare lo sguardo da sé a quella Presenza. Così Cristo non riesce a mobilitare niente veramente di noi, non gli diamo gloria. Si pensa a Cristo e si fa in nome di Cristo, ma non si riconosce il Signore risorto, vittorioso e presente».

Ho sempre fatto da alcuni anni un paragone che, come immagine, ripropone questa coscienza. Io credo che veramente dobbiamo prendere alla lettera ciò che dice Cristo: «Se non sarete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli»(16). Dove il bambino esprime totalmente se stesso, quando è veramente e totalmente se stesso, se non nell’istante in cui, dentro una circostanza tranquilla, dentro una circostanza gioiosa, dentro una circostanza avversa e dolorosa, guarda sua madre e c’è come una frazione di tempo in cui è come se dimenticasse tutto, in cui ciò che riempie la sua faccia, ciò che riempie la sua persona, cioè la sua consistenza è la presenza di quella donna o di quell’uomo, del padre? Ciò che caratterizza il bambino è che la sua consistenza è la presenza di un altro, di un grande, di una donna o di un uomo: quella è tutta la sua consistenza.

Nella preghiera medioevale o nella preghiera del grande Efrem il Siro, tutto si riconduce all’avere un cuore bambino. E l’avere un cuore bambino vuol dire tirare su la faccia dai propri problemi, dai progetti, dai propri difetti, dai difetti altrui, per guardare Cristo risorto. «Rialzare lo sguardo da sé a quella Presenza». È come se dovesse passare un vento a strapparci via tutto quello che siamo; allora il cuore ridiventa libero, o, meglio, diventa libero: continua a vivere nella carne, cioè sbaglia come prima («I peccati si accumulano di giorno in giorno», diceva il grande sant’Efrem), ma è come se un’altra cosa fosse entrata nel mondo. Un nuovo uomo è entrato nel mondo e, con lui, una strada nuova. «Ecco, è aperta una strada nel deserto: non la vedete?»(17). Nel deserto del mondo si apre una strada, si apre cioè la possibilità di opere, ma innanzitutto di un'opera. "Opere" sono l’espressione dell’umano; "opera" è un umano nuovo, una compagnia umana nuova.

Senza questa semplicità, senza questa povertà, senza che abbiamo la capacità di rialzare lo sguardo da noi stessi a quella Presenza, è impossibile una compagnia che levi da sé quell’impaccio ultimo, per cui essa diventi veramente cammino. È impossibile. Vale a dire, è impossibile una compagnia che diventi veramente aiuto al cammino al destino, se per la gente di quella compagnia il destino non è tutto. Ma il destino è diventato uno, un uomo come me, che è morto ed è risorto, e l’avvenimento di questa risurrezione continua nel mondo e vibra in me. Occorre alzare lo sguardo da me a questa Presenza, alla presenza di Cristo risorto.

Voglio ora ricordarvi il discorso di Giovanni Paolo II a Pasqua - voglio rileggerne due o tre pezzi - e poi lasciarvi da meditare alcuni brani della Bibbia. Dice il Papa: «[Primo:] tra la vita e la morte fin dall’inizio si svolge una lotta. Si svolge nel mondo la battaglia tra il bene e il male. Oggi la bilancia sale da una parte: la Vita ha la meglio; il Bene ha la meglio. Cristo crocifisso è risorto dalla tomba; ha spostato la bilancia in favore della Vita. Ha innestato di nuovo la vita sul terreno delle anime umane. La morte ha [oramai] i suoi limiti. Cristo ha aperto una grande speranza […]. [Questo è l’annuncio. Ma in che situazione viviamo?] Passano gli anni, passano i secoli. È l’anno 1982. La Vittima pasquale continua ad essere come la vite innestata nel terreno dell’umanità. Nel mondo continuano a lottare il bene e il male. Lottano la vita e la morte; lottano il peccato e la grazia. È l’anno 1982. Dobbiamo pensare con inquietitudine verso che cosa si va dirigendo il mondo contemporaneo. Avendo messo profondamente le radici nell’umanità dei nostri tempi, le strutture del peccato come una larga ramificazione di male - sembrano offuscare [tutto] l’orizzonte del Bene. […] Sembrano minacciare con la distruzione l’uomo e la terra. […] [Ma] anche se nella storia dell’uomo, degli individui, delle famiglie, della società e infine dell’umanità intera il male si fosse sviluppato sproporzionatamente, offuscando l’orizzonte del bene, esso tuttavia non ti supererà! Cristo risorto non muore più. Anche se nella storia dell’uomo […] si potenziasse il male; anche se umanamente non si vedesse il ritorno al mondo, in cui l’uomo vive nella pace e nella giustizia, al mondo dell’amore sociale, anche se umanamente non si vedesse il passaggio, anche se infuriassero le potenze delle tenebre e le forze del male, tu, Vittima pasquale! Agnello senza macchia! Redentore! hai già ottenuto la vittoria! La tua Pasqua è [questo] passaggio! Tu hai […] fatto di essa la nostra vittoria! […] Permane [cioè] il mistero della Risurrezione nel cuore stesso di ogni morte umana. Permane il mistero della Risurrezione nel cuore delle folle: nel cuore stesso delle folle innumerevoli […]. Il Mistero Pasquale della Riconciliazione permane nella profondità del mondo umano. E di lì non lo strapperà nessuno!»(18).

Dobbiamo applicarlo letteralmente a noi stessi, perché quello che è il mondo non è che proiezione ingrandita - perciò la guardiamo con occhi molto più impauriti - di ciò che è in noi. Ma il mistero pasquale della riconciliazione permane nel mondo umano, anche nella profondità del nostro male, e di lì non lo strapperà più nessuno.

«Rialzare lo sguardo a quella Presenza». In altri termini, liturgicamente, potremmo dire: «Vivere la Sua memoria». Io volevo soltanto ricordare che la questione di tutta la nostra storia, la nostra storia cristiana, la nostra storia di movimento, è come giunta al culmine, dove è costretta a semplificarsi totalmente. Il Signore ci ha messi insieme e noi abbiamo accettato di metterci insieme proprio perché questa semplicità si avveri, perché questa semplificazione ultima avvenga, perché questo compimento si realizzi. Ci siamo messi insieme perché questa semplicità avvenga in noi: da una parte deve essere incrementata una coscienza vivida del nostro peccato, che, come «strutture di male», dice il Papa, si ramifica in noi (è questa meschinità senza paragone che definisce, nel senso che "finisce", che "fa fuori", tutte le nostre giornate); dall’altra parte, deve essere incrementata la certezza, la sicurezza, la certezza e la sicurezza che tutto questo male che è in me è vinto - vinto! - da una presenza. Come per il bambino: in qualunque condizione sia, la presenza della madre o del padre è la sicurezza che tutto andrà a posto, che tutto è bene.

Vorrei che questa mattina, nel tempo della meditazione, rileggeste la bella profezia dell’uomo che Cristo è venuto a incontrare, cioè la profezia di ognuno di noi. Vorrei che andaste a rileggere nel vecchio Isaia, nel capitolo 38, il Cantico di Ezechia (19), tutto il capitolo 41 e poi il capitolo 55, perché io credo che vi sia espresso lo spirito o il sentimento di sé che noi siamo chiamati a "restituire" maturamente adesso ("restituire" perché è lo spirito di quando eravamo bambini; "maturamente" perché siamo grandi): siamo chiamati a "restituirlo" in vita, affinché una vita nuova avvenga in noi e sia sorgente di una presenza diversa di umanità, sorgente di una compagnia diversa e sorgente di opere diverse. Ecco, la lettura di questi tre brani di Isaia, che sono tra le più belle pagine di tutta la Bibbia, è perché abbiamo a capire e a sentire più facilmente (la profezia è stata fatta per renderci più capaci di capire quel che ci ha portato Cristo), proprio psicologicamente, l’atteggiamento nuovo che deve avvenire in noi, di sensibilità al male nostro, ma di una sensibilità e un dolore immediatamente assunti e travolti dalla certezza - piena di gratitudine, piena di letizia e piena di prospettiva, perciò tutta feconda come impeto - e dal pensiero della presenza di Cristo.

Che Cristo diventi presenza al nostro cuore, alla radice di tutto ciò che esprime la nostra persona e il nostro essere: io credo che il cambiamento a cui dobbiamo aspirare sia questo. È un cambiamento non delle cose che facciamo, non delle cose che non dobbiamo fare, ma del cuore. La nostra compagnia sarà solo per questo, mirerà solo a questo. È anche vero che non si può stare in una compagnia che aiuti a questo, se già non si vuole questo, cioè se in qualche modo questa semplicità non è già preferita, se questa povertà del cuore o questa presenza di Cristo come la cosa sommamente desiderata non è già presente. Se non è già presente e dominante, se qualcosa d’altro domina il nostro cuore, è impossibile che ci mettiamo in una compagnia di questo genere: si ritorna a una compagnia come l’abbiamo sempre avuta. Invece non dobbiamo perdere questa occasione, questo culmine, questa occasione vertiginosa che il Signore ci ha data.

Monsignor Cox, che è il segretario del Dicastero sulla Famiglia creato da Giovanni Paolo II, è andato a Torino a parlare in una riunione lanciata dalle nostre famiglie. Alcuni dei presenti mi hanno scritto che, quando uno di noi gli ha chiesto le sue impressioni sui nostri Centri Culturali, presso cui era stato, monsignor Cox ha risposto che venendo in Italia ha incontrato una Chiesa molto individualista e formalista, con tanti pastori staccati dalla gente ed estranei alla loro esperienza, e questo gli ha fatto molto dispiacere. Quando ha incontrato le realtà di Cl è stato molto contento, perché ha visto della gente aperta, che vive con gioia la fede dentro il mondo, dentro le varie situazioni. Secondo lui Cl ha un metodo molto interessante e originale perché, vivendo la comunità cristiana, è capace di generare strumenti e strutture di presenza nella società che non si identificano con la comunità o il movimento, e quindi sono per tutti, ma nello stesso tempo non hanno la paura di dichiarare la propria origine e la propria identità, e questo secondo lui è molto originale e molto importante. Questa osservazione di monsignor Cox molto giusta e centrata sulla natura del movimento, insieme all’importanza storica che la nostra esperienza ha, così come la Chiesa ha riconosciuto, rivela una volta di più e in modo oramai imprescindibile che il problema sono le persone. Il problema è che le persone che vivono quest’esperienza la vivano fino in fondo. Viverla fino in fondo non vuol dire smettere di essere peccatori, ma essere veri: questa verità è nella fede, e la fede è riconoscere che Dio è diventato uomo e che è risorto per noi, ha vinto già per noi, e che questo uomo che ha vinto è presente. Ma non è presente, se non penetra il cuore. Se penetra il cuore, è il contenuto più immediato del nostro sguardo, il nostro sguardo non è più prigioniero di quello che siamo o di quello che gli altri sono o delle circostanze. È come un bambino che guardi sua madre. Così deve essere il nostro cuore. Pregandovi di andare a leggere nella Bibbia il Salmo 131 (20) (nella Bibbia di Gerusalemme), vorrei che questo piccolissimo salmo lo imparassimo a memoria, perché dovrebbe diventare come il programma del cammino personale di ognuno che sia parte della Fraternità.

Mi rincresce di non aver detto quello che volevo dire in modo più breve e semplice. Io volevo comunicare - trovandomi questa mattina, come ho detto in partenza, così improvvisamente sullo stesso livello di quelli che erano nei banchi di scuola quando io ero sulla cattedra tanti anni fa - una sola cosa: la parola che la esprime di più è la parola "speranza". Ma «la speranza è la fede che piace di più a Dio»(21), diceva Péguy, perché la speranza è la letizia nel guardare la vita che il bambino ha quando s’accorge che c’è lì sua madre e nel primo istante la guarda, è la letizia con cui ognuno di noi è stato chiamato a guardare e ad affrontare il mondo nella certezza semplice che tutto è già compiuto, perché Cristo è risorto e Cristo risorto è in lui. È "questa" compagnia che può permettere la "nostra" compagnia, così come, invece, la lontananza di Cristo, nella nostra vita di adulti, è la radice ultima dell’impaccio che c’è anche nei nostri sodalizi, fino alle realtà familiari, tra uomo e donna.

Vi pregherei di stare raccolti in silenzio, ora; ognuno di voi dica l’Angelus per suo conto nel frattempo, perché è una pratica questa che non si può dimenticare: è la pratica che costringe a iniziare sempre, a porre la nostra memoria sempre da capo.

Stamattina ho voluto semplicemente dire dove sta il cuore della questione. Anche perché, ripeto, senza questo cuore, sarà difficile che le fraternità vivano, cioè stiano insieme, si mantengano insieme. Sapete perché è iniziato il movimento? Il movimento è iniziato perché erano dei "ragazzi": bisogna ritornare ragazzi per fare la Fraternità, altrimenti è impossibile che avvenga. Ma questo "ritornare ragazzi", a quarant’anni, a cinquant’anni o a sessant’anni, è realmente il culmine della vita e la sorgente di quella giovinezza, di quella giovanilità, che permette di agire, cioè di creare: è la sorgente della fecondità.


Note

1) Giovanni Paolo II, Omelia, Viaggio nella Repubblica Dominicana, Messico e Bahamas, 26 gennaio 1979.
2) K. Wojtyla, Discorso in occasione della festa di santo Stefano, 26 dicembre 1976, in Discorsi al Popolo di Dio, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, p. 187.
3) P. Lagerkvist, Uno sconosciuto è il mio amico, in Poesie, Guaraldi/Nuova Compagnia Editrice, Forlì 1991, p. 111.
4) Cfr. Es 33,18.
5) G. Giusti, Sant’Ambrogio, in Poesie, Garzanti, Milano 1945, p. 250.
6) Cfr. L. Giussani, Moralità: memoria e desiderio, in Alla ricerca del volto umano, Rizzoli, Milano 1995, pp. 231-232.
7) A. Bosquet, Essere uno, in Il dubbio e la grazia, Città Armoniosa, Reggio Emilia 1981, p. 163.
8) Ch. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù, in I Misteri, Jaca Book, Milano 1997, p. 161.
9) Lc 1,37.
10) Cfr. Mt 19,21-22.
11) Cfr. Mt 19,23-26.
12) Cfr. Ch. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù, in I Misteri, op. cit., pp. 180-183.
13) Cfr. Gal 4,6.
14) Sant’Efrem il Siro, Preghiera nella vecchiaia.
15) Cfr. Pater mi, in Canti, Cooperativa Editoriale Nuovo Mondo, Milano 2002, p. 50.
16) Mt 18,3.
17) Cfr. Is 43,19.
18) Giovanni Paolo II, Messaggio Urbi et Orbi, 11 aprile 1982.
19) Cfr. Is 38,9-20.
20) «Signore, non si inorgoglisce il mio cuore / e non si leva con superbia il mio sguardo; / non vado in cerca di cose grandi, / superiori alle mie forze. / Io sono tranquillo e sereno / come bimbo svezzato in braccio a sua madre, /come un bimbo svezzato è l’anima mia. // Speri Israele nel Signore, / ora e sempre».
21) Vedi qui, nota 8.


Degli Esercizi spirituali della Fraternità del 1982 sono pubblicate l’assemblea e la sintesi nel libro: L. Giussani, L’opera del movimento. La Fraternità di Comunione e Liberazione, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2002, pp. 97-155.

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