L'incombenza della Sua venuta - Luigi Giussani

L'incombenza della Sua venuta

Luigi Giussani Tracce

11/30/2006 - Pagina Uno

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani in occasione del ritiro d’Avvento dei Memores Domini, 28 novembre 1971


La prima domenica di Avvento ci fa iniziare la nuova vita della Chiesa, un nuovo anno. Un anno ha una importanza grande nella vita, perché nella vita di anni ce ne sono ottanta, novanta (ottanta nel migliore dei casi e novanta se si è eccezionalmente fortunati1). Di questi ottanta o novanta, quindici, se non venti, sono persi inutilmente, o pressappoco, sono incoscienti (per chi ha incontrato la comunità cristiana, invece di venti facciamo diciassette!). Perciò, un anno ha una importanza grande nella vita. E anche se, da un certo punto di vista, può sembrare artificioso il dividere il tempo in questo modo, il dare importanza a questa divisione io credo che sia molto più intelligente che artificioso. La Chiesa aumenta di molto questa certezza, perché, con l’anno liturgico, seguendo - almeno per noi del mondo occidentale - i ritmi della natura e paragonando ai ritmi della natura i ritmi dell’esistenza cristiana (dell’esistenza cristiana come storia e dell’esistenza cristiana come persona), ritmando così il suo anno sui tempi della natura, che così immediatamente simboleggiano e segnano i tempi dell’esistenza personale e i tempi dell’esistenza storica, veramente la Chiesa fa un’opera pedagogica non indifferente.

Credo che sia molto importante, realmente, questo momento. È importante, una volta che lo si richiami, molto di più per l’avvenimento d’una coscienza in noi, d’una vigilanza in noi, che neanche per le parole che possiamo sentire su di esso. Qualche parola, però, può aiutare la nostra coscienza. Ma tutto il problema sta nella nostra coscienza.



1. L’incombenza della Sua venuta

La liturgia della prima domenica2 mi pare decisiva al riguardo. Dal libro del profeta Isaia, capitolo secondo, versetti 1-5: «Visione che ebbe Isaia, figlio di Amoz, su Giuda e su Gerusalemme [«visione», perciò intuizione del progetto divino, «su Giuda e su Gerusalemme», sul popolo che è stato scelto e sul suo insediamento, che, a differenza di ogni insediamento umano, ha un significato imperituro, perché l’insediamento del popolo di Dio costituisce il segno, il sacramento, dell’ultimo insediamento umano, che è il paradiso]. Avverrà che alla fine dei giorni si ergerà il monte del tempio del Signore sulla cima dei monti, si innalzerà sui colli; verso di esso affluiranno le genti. Verranno tanti popoli, dicendo: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci ammaestri sulle sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la legge, e la parola del Signore da Gerusalemme. Egli giudicherà tra le genti e deciderà tra tanti popoli. Forgeranno le spade in vomeri, le lance in falci; un popolo non alzerà la spada contro un altro popolo, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore»3.

La prima parola che il testo di Isaia ci suggerisce è una parola che immediatamente deve determinare la coscienza della definitività. La coscienza della definitività è come la coscienza di noi stessi: è permanente. Potrebbe essere già un esame di coscienza o un contenuto di contrizione per la messa di oggi, per questa giornata e per il suo sacrificio. La coscienza della definitività deve accompagnarci come l’autocoscienza di noi stessi, come la coscienza di noi stessi, come un’autocoscienza. Infatti, l’autocoscienza è consapevolezza di qualche cosa di definitivo, perché il nostro io è definitivo. Ma ancora più definitivo è il significato del nostro io. E il significato del nostro io è Gesù Cristo e il Suo mistero; perciò la definitività riguarda la nostra adesione a Lui, la nostra adesione secondo la formula che Lui ha deciso per la nostra vita (perché non c’è un’altra formula; c’è soltanto, per aderirGli, la formula che Lui ha deciso per la nostra vita). La coscienza della definitività è come il sintomo più esatto della vera autocoscienza cristiana, dell’autocoscienza che ci fa percepire la vita come vocazione.

C’è una parola che immediatamente rende viva la coscienza della nostra definitività: senza questa parola, la definitività non è viva, può essere un automatismo già instaurato. Guardate, per favore, che non intendo fare osservazioni astratte: dico, rilevando la posizione di taluni tra voi, che la definitività è vissuta come un automatismo. Ed è tentazione di tutti noi, per tutti noi, il vivere la definitività come automatismo. Senza la parola che stiamo per dire, la definitività è automatismo. Perciò, come ogni automatismo, applicato alla vita cosciente, alla vita intelligente, alla vita della sensibilità, alla vita della libertà e della volontà, fa diventare rigidi. È una rigidezza che sembra non morderci la coscienza, quando non permette peccati mortali; ma è una tale rigidezza che non porta nessun segno di Cristo in giro per il mondo e tanto meno in «casa»4. Oppure, l’automatismo provoca una rigidezza che, in vario modo, ci rende farisei, vale a dire tende a fare del nostro atteggiamento il paradigma per gli altri: la misura della nostra esigenza, che diventa perciò pretesa, è la misura della bontà degli altri, del valore degli altri, della utilità della casa o della utilità dei rapporti. Oppure porta a un farisaismo che in fondo - di fronte alle nostre licenze, di fronte alle libertà che ci prendiamo e che scandalizzano la casa o che scandalizzano i rapporti o che ci isolano dai rapporti, ci rendono inutili, futili, vani, senza produttività nei rapporti - ci fa dire: «Beh, cosa c’è di male?», o: «Io, cosa ci devo fare; in fondo, cosa ci devo fare?»; che, se non è un modo per giustificarsi teorico, è un modo per giustificarsi di fronte a se stessi, quasi una scocciatura al pensiero che altri possano eccepire sul nostro comportamento.

È un automatismo che rende rigido tutto e senza gusto il vivere spirituale, senza nessun sàpere, senza nessun sapore, la vita del nostro spirito; oppure è un automatismo farisaico, che fa della nostra pretesa la misura della convivenza (quando abbiamo voglia di parlare, gli altri devono parlare, e quando abbiamo voglia di “tenerci” per noi, non devono pretendere niente; abbiamo il diritto di tacere e di parlare quando e come vogliamo, con stagnante in fondo all’animo quella caratteristica pretesa, quel senso di pretesa che, anche se non osiamo esplicitarcelo, gli altri sentono sensibilmente, come quando ci toccano dentro col gomito e ci vedono la faccia); oppure è il farisaismo che giustifica, se non teoricamente, almeno ad usum delphini, per noi stessi, il nostro comportamento. La nostra definitività scade inevitabilmente in tutto questo che ho detto - perché sto descrivendovi, sto descrivendoci -, senza la parola che il profeta Isaia, per primo, ci ha dettato. E la parola è che Cristo, la Sua venuta, è incombente: l’incombenza della Sua venuta.

Come gioca il vocabolario! Perché «incombenza» vuol dire due cose: vuol dire un dovere e vuol dire una cosa che ti sovrasta, imminente. Incombenza vuol dire dovere e vuol dire imminenza. Io voglio sottolineare anzitutto il secondo aspetto, perché il primo è evidente che ne deriva: una incombenza, una imminenza, se non è uguale a zero, diventa un dovere, suscita e impone un dovere.

L’imminenza della Sua venuta, l’incombenza della Sua venuta. «Fratelli - dice san Paolo nella Lettera ai Romani -, consapevoli del momento che volge, è tempo che vi destiate dal sonno ormai. Perché la salvezza ci è molto più vicina ora di quando siamo venuti alla fede. La notte è avanzata, il giorno è vicino»5, è tempo che vi destiate dal sonno. Dice il Vangelo di Matteo: «Come in quei giorni non si avvidero di nulla finché venne il diluvio e li distrusse tutti, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Vigilate, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà. Questo sappiate: se il padrone di casa conoscesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe rompere la casa. Anche voi perciò state pronti, perché nell’ora in cui non lo pensate, il Figlio dell’uomo verrà»6. È una incombenza, è una imminenza che ha come significato privilegiato, come significato supremo, quello letterale: l’incombenza e l’imminenza della morte; perché la morte è il Figlio dell’uomo che viene, secondo tutta quanta l’ampiezza del significato. Ma questo non sapere quando la morte viene, questo dovere di stare all’erta, questa fine dei giorni in cui il Signore «ergerà il monte del tempio suo», il fatto di non sapere il momento in cui il Signore viene, rende molto più chiaro, anzi, è l’unico modo per rendere la consapevolezza, la coscienza delle nostre azioni, tutta quanta protesa o determinata dal significato finale.

Ogni nostra azione, ogni momento è un passo verso il Signore che viene. Perciò ogni azione e ogni momento è il Signore che viene, esattamente come ogni azione, ogni momento può essere l’ultimo. Se la paura fosse dominata dal desiderio, se il timore fosse dominato dall’attesa! Questo è vivere l’imminenza del Signore che viene, questo è vivere l’incombenza di Cristo, della venuta di Cristo. Letteralmente ogni azione ha il suo significato nella venuta Sua, nel senso ristretto della parola, che è la morte.



2. Vigilanza e contrizione

Quando Egli verrà, giudicherà. È il secondo momento della nostra riflessione, il secondo spunto della nostra meditazione. Quando Egli verrà, giudicherà. Allora, come dice il Vangelo di san Matteo, «due saranno nel campo: uno verrà preso e uno lasciato; due donne stanno a macinare alla mola: una viene presa e una viene lasciata»7. Quando il Signore verrà, giudicherà. Come è bella la canzone Cantate al Signore8, che termina il suo grido gioioso col pensiero che il Signore viene a giudicare tutta la terra. Questa è l’attesa e il desiderio che dominano e che governano il timore e la paura. La paura e il timore eliminano insensibilmente, in noi, il pensiero che è il più razionale pensiero che possiamo avere: non esiste nessun pensiero, che sia razionale, se non è consapevolezza del fine; non è razionale un’azione, se non nella misura in cui essa è carica della consapevolezza del fine. Nessun pensiero è più razionale di quello che ci rende pieno l’animo della Sua incombenza, della Sua imminenza, dell’imminenza della Sua venuta. Ma la paura e il timore eliminano questo, salvo riprodurlo in qualche momento, in cui - se non operano, come la dinamite opera un passaggio, l’attesa e il desiderio - caricano la vita cristiana di quella rigidezza per cui non diviene più testimonianza a nessuno e diventa soltanto un giogo senza la soavità promessa9.

Sono l’attesa e il desiderio che devono determinare e dominare la paura e il timore. La paura e il timore permangono, ma permangono come attesa e desiderio; sono travolti, perciò, dall’amore. Perché nell’amore rimane il timore, e il «santo timor di Dio» indica tutt’e due queste componenti della nostra coscienza di rapporto con Cristo, della coscienza del rapporto della nostra vita con l’eterno e con Dio. Però la forma di questo timore, ciò che lo determina, ecco, il volto di questa materia grezza e bruta che è il timore, è l’amore, dove «l’amore scaccia il timore»10, diceva san Giovanni nella prima sua lettera; lo «scaccia», cioè lo trasfigura. E infatti, anche nell’amore dell’uomo e della donna, o nell’amore dei figli ai genitori, non c’è amore senza rispetto, senza reverentia - riverenza è una parola latina che vuol dire temere, revereor -. Perché il nostro non è un amore alla pari. L’amore alla pari per noi sarebbe come un contratto commerciale: è infatti l’ideale del matrimonio secondo la mentalità borghese o secondo la mentalità della contestazione studentesca, sia pur con la bandiera delle giornate parigine del maggio del ’68. Noi siamo dipendenza da ogni cosa, proprio perché ogni cosa rivela il disegno di Dio per noi è parola. Ogni cosa, cioè ogni oggetto, ogni persona e ogni avvenimento.

Allora, alla fine Egli giudicherà. La Sua venuta sarà un giudizio. Come si fa a rendere attesa e desiderio un giudizio, se quel giudizio non diventa, non tende a diventare paradigma, cioè criterio, ispirazione, legge di ogni azione (ché ogni azione è un passo, ogni momento è un passo verso quella fine o quel fine)? Solo se quel giudizio diventa paradigma, legge, misura, ispirazione, tende cioè a determinare l’azione (ogni azione, ogni passo), allora ogni passo diventa attesa e desiderio, attesa di desiderio; allora ogni passo diventa amore e l’amore trasfigura il timore, e la reverentia diventa «devozione», un voto di tutto il proprio essere, una dedizione del proprio essere, un amore, insomma.

«Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Come di giorno [come in “quel” giorno, perché è quel giorno finale che illumina tutti i giorni dell’esistenza; non è il primo giorno, perché il primo giorno è stato come un seme; è “quel” giorno che fa vedere tutte quante le dimensioni, tutte quante le implicazioni del seme; è il desiderio della fine che fa vivere il principio], comportiamoci con decoro: non gozzoviglie ed ebbrezze, non lascivie e impudicizie, non risse e gelosia; ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo [rivestitevi del giudizio, del giudice finale, perché il giudizio finale è la Sua venuta, cioè è Lui che viene] e non seguite la carne nelle sue concupiscenze [non seguite i criteri del mondo, sia pur secondo tutte le inclinazioni che il peccato originale ci desta addosso]»11.

«Rivestitevi del Signore Gesù Cristo»: immedesimatevi col Signore Gesù Cristo; che l’azione sia desiderata come imitatio Christi, come imitazione di Cristo. Ma l’imitazione di Cristo, nella sua forma più compiuta, compiuta come forma, non è la verginità? «Rivestitevi del Signore Gesù Cristo»: che ogni azione sia ispirata alla verginità, abbia la verginità come forma! «Chi vuol venire dietro di me»12… «Seguimi»13. Seguimi, seguitemi: «Dove è passato il Maestro, là passeranno i discepoli»; «Come hanno trattato me, così tratteranno voi»14. Ogni azione e ogni momento, perciò, anticipano il giudizio finale.

Ogni azione è un giudizio. Che cosa artificiosa, che accademia spirituale, che forzatura abbastanza facilmente sensibile, che episodio senza nessun vero riflesso sulla vita, che insignificanza di fronte alla vita compiuta, può essere la Confessione - il sacramento - o la contrizione con cui la comunità cristiana esige che si apra l’assemblea! Come, dalla nostra giornata, è espunta accuratamente ogni notizia di giudizio, del giudizio! Lo chiamavano «esame di coscienza» perché la riduzione intellettualistica, razionalistica e volontaristica della Chiesa di questi quattrocento anni ha dimenticato che il vero termine è «contrizione». La contrizione del centurione: «Signore, io non sono degno»15, o quella di Pietro: «Allontanati da me che io sono un uomo peccatore»16; la contrizione, che deve essere in ogni nostra giornata e che è un giudizio. Ogni nostra azione è un giudizio che si attua, perché ogni nostra azione anticipa il giudizio finale, la Sua venuta. E se l’azione è un giudizio, come quello che disse Cristo nel venticinquesimo capitolo di san Matteo («Venite a me, benedetti»17), allora essa è piena di amore ed è per sua natura tutta tesa al realizzarsi della Sua venuta nel mondo; e se è un giudizio come quello del venticinquesimo capitolo («Andate via da me, maledetti»18), allora è pianto e stridore di denti subito; e così la contrizione elimina l’inferno, così la contrizione fa diventare attesa e desiderio della Sua venuta anche l’azione ingiusta, anche l’azione «male». «Liberaci dal male»19!

Ma la contrizione quotidiana, nella misura in cui la maturità cristiana cammina, è sempre sulla soglia della nostra porta, e noi la abbracciamo e la prendiamo sotto braccio, camminiamo insieme a essa, ci abbandoniamo a essa a ogni nostra uscita, cioè a ogni nostra azione, tendenzialmente, ma almeno alla sera. Soprattutto, però, la contrizione che sta all’inizio dell’assemblea cristiana o la contrizione che sta dentro il cuore della nostra partecipazione al mistero di Cristo, che è il sacramento della Confessione, questa contrizione deve qualificare il nostro anno. Senza tale contrizione la nostra attesa, il nostro desiderio è troppo infantile o è troppo leggero, è un po’ superficiale, cioè troppo dato per scontato. È solo con la contrizione che l’incombenza di Cristo e l’imminenza di Cristo sono splendidamente vive in noi, e la vigilanza si realizza. La vigilanza, dunque, è contrizione. Esistenzialmente, lungo il cammino della nostra esistenza, la vigilanza è contrizione carica di amore; è essa che alimenta l’attesa e il desiderio, ed è nell’attesa e nel desiderio la coscienza chiara, l’esperienza reale, dell’incombenza e dell’imminenza di Cristo. «Come in quei giorni che precedevano il diluvio mangiavano e bevevano, si ammogliavano e si maritavano, finché Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e li distrusse tutti. Vigilate dunque»20. «Vigilate»: è la nostra azione, la nostra espressione come giudizio, il nostro momento come giudizio.

Come fa a esserci in noi l’autocoscienza in quanto coscienza di sé come immedesimati con Cristo? Cristo non è il Cristo dei morti, ma il Cristo dei vivi, il Cristo vivente, perciò il Cristo che sta per venire, è il Cristo morto e risorto che sta per venire. Come facciamo noi a vivere questa autocoscienza cristiana, se non come senso vivido della imminenza della Sua venuta, come senso della vita che ha il suo culmine nella morte, come senso della morte, ma attraverso la coscienza dell’azione, che anticipa la morte? La morte è giudizio e l’azione, che è giudizio, anticipa questo giudizio, perché quel giudizio sarà il risultato di questi giudizi: «Chi fa il male è già giudicato»21. Noi siamo già giudicati, e perciò «siamo passati dalla morte alla vita»22, perché «chi ci giudicherà male? Forse Cristo Gesù, che è morto e risorto per noi?»23. Ma bisogna che questo «per noi» diventi nostro, diventi coscienza.

Perciò, la vigilanza è il tema che la Chiesa pone in capo al nostro nuovo anno di vita, come senso dell’imminenza della Sua venuta, come - perciò - attesa e desiderio della Sua venuta, che, per non essere superficiali e fatui, debbono nascere dalla contrizione, perché la nostra esistenza non vive così, vive meno di così, molto meno di così. Perciò si può dire che in capo a quest’anno di vita sta la parola contrizione, proprio come esercizio dello spirito, come ascesi, come gesto della nostra ascesi; è come il tema della nostra coscienza personale quest’anno. La contrizione nella giornata, la contrizione della sera o del mattino - che investa il più possibile tutta la nostra giornata, che il più possibile tenda a diventare inizio di ogni azione, inizio di ogni rapporto, sempre sulla soglia della casa, compagnia immediata per ogni nostra uscita -; ma soprattutto la contrizione all’inizio della messa - vera, detta o non detta: il dirla deve aumentare la verità - e nel sacramento della Confessione, che la maggior parte di noi ancora non vive. La vigilanza come contrizione, la vigilanza dell’imminenza di Cristo come contrizione.



3. Costruire la casa di Dio

Abbiamo detto in principio - è il terzo e ultimo pensiero - che l'incombenza ha un altro significato: è sinonimo di dovere. Qual è il dovere? Ciò per cui ci è data la vita, ciò per cui ci è data la vita cristiana e ciò per cui ci è data la vocazione alla verginità, ciò per cui ci è data la vita che è vocazione. Perché siamo stati chiamati? Per che cosa? Sarebbe interessante sentirvi rispondere. Ci è data la vita per la missione, e basta, per essere collaboratori del disegno di Dio che è Cristo. E noi lo conosciamo, «noi possediamo lo Spirito di Cristo»24. «Noi possediamo lo Spirito di Cristo»: ci è dato per la missione. Dice il Salmo di oggi: «Esultai quando mi dissero: "Andiamo alla casa del Signore". I nostri passi si sono fermati alle tue porte, Gerusalemme! Là sono eretti i seggi per il giudizio, i seggi della casa di Davide. Pregate pace per Gerusalemme, serenità per quanti ti amano. Sia pace tra le tue mura, sicurezza nelle tue case. Per amore della casa del Signore, nostro Dio»25. È lì nfatti dove - come dice il versetto alleluiatico26 - «si dimostra, o Signore, la tua misericordia»; è l' dove ci doni la salvezza («La salvezza ci è molto più vicina di quando siamo stati chiamati alla fede»27)!
La missione è costruire Gerusalemme. Ma cosa vuol dire costruire Gerusalemme, cosa vuol dire costruire la casa di Dio, cosa vuol dire costruire la Chiesa? «Serenità per quanti ti amano, pace per Gerusalemme. Pace tra le tue mura, sicurezza, amore dei miei fratelli e dei miei amici; io ti dico: su di te sia pace [ti auguro ogni bene]». Questo è il seggio del giudizio: quello che augura il bene. Questo è il seggio della casa di Davide: quello che dice: «Su di te sia pace». E così «si erge il monte del tempio del Signore sulla cima dei monti, e verso di esso affluiscono tutte le genti. "Venite, saliamo sul monte del Signore, perché ci ammaestri nelle sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri". Poiché la legge esce da Sion, la parola del Signore esce da Gerusalemme. Egli giudica di lì le genti. Le spade diventano vomeri e le lance diventano falci, e un popolo non alza più la spada contro l'altro, e non c'è più guerra. Così che tutti camminano, casa di Giacobbe, nella luce del Signore»28.
Costruire la Chiesa vuol dire costruire una trama di carità, la fraternità dei figli di Dio. Solo dal luogo della fraternità esce il giudizio sulle genti, sui popoli; perciò solo da un luogo di fraternità esce luce sugli altri, e la gente affluisce. Chi vuole, chi ha gli occhi aperti, chi è puro di cuore affluisce, chi è povero di spirito sa dove deve andare. Solo dalla trama di fraternità esce il giudizio: chi è povero di spirito sa dove deve andare. Solo la trama di fraternità, solo la trama della carità, solo la trama di rapporti vissuti come comunione, solo questo giudica il mondo: «Non sapete che noi dobbiamo giudicare il mondo?»29. Questa è la casa di Dio: non eretta su un colle o sull'altro, ma «eretta sulla cima di tutti i colli»; essa stessa è il colle a cui tutta la gente che arranca nella pianura guarda, nella misura in cui sono poveri di spirito. È solo nella fraternità che si capisce il nostro discorso, che lo si capisce veramente, non che lo si sa ripetere, non che lo si sa ridire, non che sopra di esso si sanno costruire ideologie. Solo chi vive questa trama di carità capisce il discorso, molto più dei nostri colti, di tutti i nostri colti. Solo vivendo una trama di fraternità, di comunione, insomma, si è missionari, si è apostoli, si annuncia.
L'annuncio è solo lì. Per questo il giudizio finale è sulla carità, sulla comunione e, nello stesso tempo, è sulla testimonianza. Sono gli unici due contenuti del giudizio finale indicati dai Vangeli: la testimonianza a Cristo («Che portiate frutto»30), e la comunione (venticinquesimo capitolo di san Matteo: «Avevo fame e mi avete sfamato»31). Il giudizio finale è questo, è chiaro, perché il giudizio finale ha come criterio, come contenuto Cristo, è un confronto con Cristo, non con delle leggi, è il confronto con una realtà accaduta nella storia della nostra vita: un fatto che ci ha preso dentro, ci ha coinvolti nella Sua comunione, e basta.
Per cui, ogni nostra azione, ogni momento, nella vigilanza, dev'essere comunione e struggimento - come dice san Paolo, nel quinto capitolo della seconda Lettera ai Corinzi32 -, di testimonianza, struggimento d'annuncio, struggimento missionario. Da questo si giudica l'azione, il momento: dal suo struggimento di missione e dalla sua realtà di comunione, e basta. Perché è questo che salva il mondo: «Non temere, piccola gente: io ho salvato il mondo, io ho vinto il mondo»33. Anche se avessimo in mano i governi della Cina, della Russia e degli Stati Uniti, Cristo ci direbbe: «Non temere, piccolo gregge, io ho vinto il mondo», non la vostra forza. E la forza con cui vince il mondo è la comunione di cui ci rende capaci ed è l'annuncio di cui ci rende capaci - la parola di Dio «convertens animas»34 -, che travolge l'uomo.
Questo è dunque l'oggetto della contrizione, e basta, solo questo: se è stato comunione il rapporto, se è stato comunione il cedere o il non cedere, se è stato comunione l'apporto o la fuga, se è stato comunione il sacrificio, il lavoro o il riposo, e se è stato dominato dallo struggimento della missione. La contrizione è dunque sulla assenza, sulla sproporzione della carità, della carità verso Cristo: la passione della testimonianza, in cui la nostra vita dovrebbe morire - martire! -, e la carità verso gli altri - che è la stessa cosa -: comunione. Perché è attraverso la comunione che la testimonianza s'avvera ed è nello struggimento della volontà di testimonianza che è resa possibile la comunione, che è reso possibile il rapporto come comunione. Altrimenti «anche se dessi tutto il mio corpo alle fiamme e tutte le mie sostanze agli altri, e non avessi la carità, non varrebbe niente»35.


Note
1 Cfr. Sal 90,10.
2 Liturgia della prima domenica di Avvento, anno A: Is 2,1-5; Sal 121; Rm 13,11-14; Mt 24,37-44. Rispetto alla traduzione ufficiale, entrata in vigore qualche anno dopo lo svolgimento dell’incontro, si è preferito mantenere la versione utilizzata da don Giussani, dato il riferimento puntuale al testo biblico che qui viene compiuto.
3 Is 2,1-5.
4 Per casa si intende la forma di convivenza stabile fra i Memores Domini.
5 Cfr. Rm 13,11-12.
6 Cfr. Mt 24,38.42-44.
7 Cfr. Mt 24,40-41.
8 Cantate al Signore un inno nuovo, in Canti, Cooperativa Editoriale Nuovo Mondo, Milano 2002, pp. 141-142.
9 Cfr. Mt 11,30.
10 1Gv 4,18.
11 Cfr. Rm 13,12-14.
12 Cfr. Mt 16,24.
13 Cfr., tra gli altri, Mt 9,9.
14 Cfr. Gv 15,20.
15 Mt 8,8.
16 Lc 5,8.
17 Mt 25,34.
18 Mt 25,41.
19 Mt 6,13.
20 Cfr. Mt 24,38-39.42.
21 Cfr. Gv 3,18.
22 1Gv 3,14.
23 Cfr. Rm 8,34.
24 Cfr. 1Cor 2,12.
25 Sal 122,1-2.5-9.
26 «Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza» (Sal 85,8).
27 Cfr. Rm 13,11.
28 Cfr. Is 2,2-5.
29 Cfr. 1Cor 6,2.
30 Gv 15,16.
31 Cfr. Mt 25,35.
32 Cfr. 2Cor 5,14.
33 Cfr. Lc 12,32; Gv 16,33.
34 Sal 19,8.
35 Cfr. 1Cor 13,3.

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