Come si diventa cristiani - Luigi Giussani

Come si diventa cristiani

Luigi Giussani Tracce

9/30/2006 - Pagina Uno

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani nella Basilica di Sant’Antonio. Padova, 11 febbraio 1994

Ringrazio molto la comunità dei frati, specialmente per questo invito a venire qui e immergersi in quell’onda di grazia che nasceva dalle parole di sant’Antonio, come mi è stato detto poco fa da uno specialista nello studio della vita del Santo. A me è venuta in mente una frase dei primi scritti cristiani, molto nota del resto a tanti fra noi: «Cercate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi»1. Perciò, prego sant’Antonio che illumini i nostri volti rendendoli bambini, semplici, poveri di spirito, come dice il santo evangelo - così come ha illuminato il volto di milioni di persone che hanno frequentato questa sua casa - e che venga al nostro cuore, cioè alla nostra fede, conforto dalle parole che ci diremo, perché non abbiamo a perdere tempo e perché soprattutto di conforto, cioè di forza che nasca dai cuori riuniti (il «con-forto» è la forza che nasce dai cuori riuniti), abbiamo veramente bisogno in questi tempi tristi, dove tutto si confonde, tende a confondersi, dove tutto sembra sbiadirsi, “svanirsi”, e sembra che non ci sia più alcuna certezza.
Io avevo come compagno di seminario uno che sarebbe diventato un grande vescovo, monsignor Manfredini (per un anno solo, anzi meno di un anno, arcivescovo di Bologna, dove andò da Piacenza). Mi ricordo, con impressione vivissima, come ho raccontato tante volte ai miei amici, di quel che accadde una sera, mentre stavamo andando in chiesa. Era suonata la campana e tutti correvamo giù per le scale vicine alla cappella di teologia del grande seminario di Venegono; noi due eravamo gli ultimi e perciò correvamo di più per raggiungere gli altri. A un certo punto, Manfredini mi ha preso per un braccio, mi ha fermato; non so come, io l’ho guardato in faccia e lui mi ha detto queste testuali parole, che mi hanno fatto venire i brividi: «Però, pensare che Dio si è fatto uomo: è proprio una cosa dell’altro mondo!». Poi andò avanti e mi precedette. Il cuore di quel mio compagno era pieno della emozione dell’annuncio più grande che sia mai riecheggiato in questo mondo.
Comunque, attraversando orecchi attenti e orecchi disattenti, cuori aderenti e cuori irritati “contro”, attraversando secoli di storia, questo messaggio è, obiettivamente, in sé, se lo ripetiamo e lo guardiamo, il messaggio più buono, più umano, più carico di promessa e di speranza, il messaggio più buono e più carico di speranza che l’uomo possa sentire. Possiamo immaginarci un’altra frase che esprima un messaggio più buono di questo, più carico di speranza di questo? No! Manfredini, il mio compagno, lo sentiva nel cuore, io me lo sono sentito nella mano che mi fermava il braccio, così, d’improvviso, sulla scala. «Pensare che Dio si è fatto uomo: è veramente una cosa dell’altro mondo!». E mentre lui scendeva le scale più veloce di prima, precedendomi, io gli ho gridato (“gridato” come si poteva in quel momento di silenzio): «È una cosa dell’altro mondo, in questo mondo!». Il tema di questa sera mi richiama queste cose facilmente, perché chiede “come si diventa cristiani”, cioè come nasce un movimento di fede nei cuori, come può rinascere un movimento di fede nei cuori.
Ecco, la parola «cuore» è la prima cui dobbiamo badare, perché essa riporta la fede alla sua origine, in quell’istante misterioso, in quel luogo misterioso, in quel punto misterioso in cui l’uomo dice: «Signore, ti credo», e il Signore dice: «Uomo, ti amo». Il cuore è il luogo delle grandi domande: la domanda di verità, la domanda di giustizia, la domanda di amore, la domanda - e questo riassume veramente tutto - di felicità. Il cuore, biblicamente parlando, è questo luogo delle grandi domande, a cui si riduce in fondo in fondo quella parola più breve, più breve e più importante, tra tutte quelle che possiamo dire: la parola io. «Che importa se tu prendi tutto quello che vuoi, se tutto quello che ti viene in mente riesci ad averlo, tutto, e poi perdi il tuo io, perdi te stesso?»2, ci diceva Gesù nel Vangelo.
Mi ricordo ancora che ero in seminario e stavo leggendo un libro di padre Gemelli intitolato Il Francescanesimo: ogni capitolo incominciava con una rubrica (la prima lettera del capitolo era tutta disegnata in grande, si chiama «rubrica»). Quel capitolo iniziava con la lettera “Q” e la “Q” era disegnata tutta rubricata. Dentro l’ovale della “Q” c’era la silhouette di san Francesco d’Assisi, con le braccia distese e il capo arrovesciato, con davanti una sagoma lontana di montagne, dietro le quali c’era il sole nascente, e il peduncolo della “Q” era un uccellino. La “Q”, con cui incominciava il capitolo («Quando», incominciava così), iniziava anche una frase che era scritta in piccolo, ai piedi della figura di san Francesco. Questa frase mi è rimasta impressa: «Quid animo satis?»3, che cosa basta, che cosa può bastare al cuore dell’uomo? Il simbolo era chiaro: l’uomo più distintivo, l’uomo più esemplare della sensibilità della nostra stirpe, di fronte al panorama più bello della natura e al sole nascente, si sentiva l’animo tutto disteso, allargato, e le braccia si allargavano per imitare il sentimento del cuore. Nulla in quell’istante sembrava poter mancare, e invece mancava ancora tutto. «Che cosa può bastare all’anima dell’uomo?». Infatti il cuore dell’uomo è quel luogo della nostra esistenza personale in cui si capisce che noi siamo quel livello della natura in cui la natura diventa bisogno di rapporto con l’infinito, bisogno di rapporto con Dio. Prima di questo, tutto crolla; prima di questa sponda eterna e infinita, tutto crolla, anche il viso della persona più amata si sfascia, anche le cose più possedute ci sfuggono di mano e «più quel che più mi piacque», diceva una poetessa amica di Giosuè Carducci: «E più quel che più mi piacque»4!
Forse il raccordo non sarà immediatamente logico, ma uno dei primi giorni in cui ero nel mio studio di via Statuto, datomi da monsignor Pignedoli agli inizi della vita del mio movimento di giovani, di studenti, è entrato il papà di una ragazza che già conoscevo, di un istituto magistrale di Milano. Era un signore distintissimo. Si è fermato sulla porta, impacciato, poi è scoppiato in lagrime e mi ha detto: «Padre, mi scusi, ma quando mia figlia [era ammalata di cancro, irreversibilmente] mi prende la mano, me la stringe e mi dice: “Papà, perché non mi fai guarire?”, è uno strazio per me insopportabile». Altro che insopportabile! Ma quella bambina e quell’uomo non soffrivano un’ingiustizia - Dio è venuto ed è morto in croce! -, la madre che ha dato vita a quell’uomo e la madre che ha dato vita a quella bambina non hanno fatto nascere invano questi due figli, perché sono, erano, persone destinate all’infinito, all’eterno, all’eterno di Dio, all’infinito rapporto con Dio, e ora sono certamente là, qui, dovunque, ad aspettarmi, ci vedono. È l’idea che mi è venuta in mente tanti anni fa, mentre seguivo i funerali del mio povero papà, cui ero attaccatissimo. Avevo già iniziato ad avere alcuni amici, perciò c’erano un centinaio di ragazzi che erano venuti da Milano con me. L’idea che mi ha fatto più impressione, mentre seguivo il funerale, era questa: «Adesso mi vedi, mi vedi nei miei pensieri, nel mio animo».
La parola cuore indica l’essenza della personalità, la natura dell’uomo, indica l’essenza dell’io umano: fenomeno, avvenimento - nella natura e nella storia del mondo - di rapporto con Dio, con l’infinito, «fatto per l’infinito». Perché dico, ricordo queste cose? Perché il cuore è coscienza di una realtà di cui esso ha bisogno per essere se stesso; il cuore è coscienza di una realtà, cioè di Dio, di cui esso ha bisogno per essere se stesso. Quel padre, per essere se stesso, anche se lui non lo pensava in quel momento, aveva bisogno di un Altro, proprio di Colui che forse aveva avuto la tentazione di bestemmiare per la povera figlia. Il cuore è coscienza di una realtà che l’anima dell’uomo, la persona umana, per essere se stessa, deve riconoscere, deve realizzare, deve compiere: deve compiersi quel rapporto con l’infinito cui il cuore nostro “sospira”, cui l’essenza del nostro io sospira. È questa la religiosità di cui noi dobbiamo vivere per poter capire Cristo. Per poter capire Cristo, occorre che questa religiosità - situazione originale e naturale in cui, attraverso nostra madre, Dio ci ha creati - sussista in noi, viva in noi. Senza questa religiosità non si capisce più neanche Cristo, diventa troppo difficile ammettere Cristo.
L’uomo, diceva il Papa nella Redemptor hominis, è un essere incomprensibile a se stesso5. Senza ammettere, riconoscere, cercare di vivere e adorare la grande presenza del mistero di Dio, l’uomo è un essere incomprensibile a se stesso. Il Papa riecheggiava una frase del filosofo Pascal, quando diceva che l’uomo supera infinitamente l’uomo6: è rapporto con l’infinito (il Papa e mia madre quando puliva la casa, un re e una casalinga, un bambino che fa la prima confessione e io, vecchio, allo stesso modo).
San Paolo, una volta, andò a discutere nel luogo della città di Atene dove si radunavano tutti i grandi filosofi, tutti i grandi politici di allora. E nel suo discorso sulla religiosità dell’uomo diceva che l’uomo è alla ricerca del significato della sua vita, cioè di Dio, dell’Altro, senza di cui non capisce se stesso, è alla ricerca di Dio «come a tentoni»7, nella notte, nell’oscuro. Provate a immaginare se fossimo nati nell’oscurità, non avessimo visto la luce, e conoscessimo le cose solo a tastoni, andassimo avanti solo a tentoni: che cosa diversa sarebbe la realtà, invece di quella che è; mancheremmo terribilmente di tutto il realismo possibile; quanti sogni e incubi potremmo costruire su quel tastare vano, incompleto!
Immaginiamoci allora l’umanità… Lo pensavo quando ho visto a Milano i trecento esponenti di trecento religioni convocati dal Cardinale di Milano per affermare il valore dell’unità tra gli uomini e della pace nel mondo8: trecento, tante teste, tanti pareri, tanti modi di pensare a questo mistero da cui evidentemente tutto nasce, perché noi non abbiamo fatto niente, non ci siamo fatti neanche noi, non ci facciamo noi neanche adesso. In questo groviglio di tentativi per immaginarsi l’origine e il senso della propria vita, in questa confusione immane, dobbiamo dirlo - ai ragazzi dico spesso che il mondo umano è come una grande piazza dove tutti si arrabattano a cercare di costruire delle specie di scale per andare su, su, a vedere cosa c’è al fondo delle cose o all’origine delle cose -, immaginiamo che, improvvisamente, avvenisse una cosa straordinaria, quella che mi ha detto il mio compagno Manfredini: un uomo, un uomo che era stato piccolo, che aveva giocato da piccolo, che ha succhiato il latte di sua madre, che aveva compagni, qualche volta aveva qualche strana uscita così eccezionalmente intelligente che lasciava meravigliati anche i grandi, come i dottori della legge del tempio, che, diventato più grande, in mezzo a tutta la gente, osò dire: «Io sono la via, la verità, la vita»9. Un avvenimento, dunque, assolutamente imprevedibile, impensabile, non deducibile dai fattori antecedenti, perché suo padre e sua madre erano due esseri umani, come tutti gli altri. E poi è proprio l’unico, l’unico caso nella storia, perché i profeti o i geni religiosi, avendo forte il senso della differenza tra l’uomo e Dio, hanno una profonda percezione del loro limite, della loro indegnità. Tutt’al più, quando sono grandi geni, specie i profeti messi da Dio nel mondo, dicono: «Questa è la strada per andare alla verità». Nessuno si è mai sognato di dire: «Io sono la via, la verità, la vita».
Se avvenisse un uomo così? È avvenuto, è accaduto un uomo di questo genere, avvenimento imprevisto, imprevedibile, non conseguenza dei suoi antecedenti. E chi lo ha incontrato, che meraviglia, che stupore, che impressione! L’impressione di una eccezionalità senza confini. È esattamente quello che è successo a quelli che lo hanno visto nel primo momento in cui lui ha deciso di farsi conoscere.
Lo narra un pezzo di vangelo che io leggo quasi tutti i giorni, il vangelo di san Giovanni al capitolo primo10. Racconta la scena di Giovanni il Battista che, prevedendo la venuta del Messia, girava per il deserto vicino a Gerusalemme, predicando il momento grande che Dio stava per compiere, per realizzare. E la gente andava tutta a sentirlo, anche gli scribi e i farisei, anche i capi del popolo. Immaginiamoci, tra tutta la gente che c’era quel mattino, due che venivano da lontano, da un contado molto lontano. Erano due tipi semplici, due che vivevano di pesca, ed erano là con la bocca spalancata a sentire Giovanni il Battista. A un certo punto uno, che era nel gruppo, si stacca e va per il sentiero lungo il fiume Giordano, va via. Improvvisamente il profeta Giovanni Battista cambia, interrompe il suo discorso e, segnando quell’uomo che se ne stava andando, grida: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo, ecco la salvezza del mondo». Tutti, abituati a sentire il profeta ogni tanto esplodere in frasi che loro non capivano, frasi misteriose, non hanno fatto caso a questo. Ma quei due, semplici, che erano tutti tesi a sentire Giovanni Battista, hanno connesso, hanno notato la segnalazione, e si sono messi a seguire quel giovane uomo che stava andando via. Lo pedinavano. Lo hanno pedinato per un po’ e non osavano, non sapevano cosa fare, finché lui, quell’uomo, si è voltato e ha detto: «Che cosa cercate?». «Maestro, dove stai di casa?». «Venite a vedere». Andarono con lui e stettero con lui tutto quel giorno. Era circa l’ora decima. Il Vangelo segna anche il momento in cui appare, in cui l’hanno visto, in cui si sono messi a seguirlo, in cui sono venuti via: «Era circa l’ora decima». È proprio un appunto di memoria steso da uno di quei due, Giovanni, il giovane; l’altro, Andrea, era già sposato. Ma immaginiamoci quei due, quei due ragazzi, quei due uomini, che sono stati là ore a sentire quell’uomo, a vedere quell’uomo parlare. Di quel che diceva non so quel che capissero, ma lo vedevano parlare in un modo che li trasformava. Era una cosa mai vista, mai sentita, mai udita, quel suono di voce e quello che quella voce diceva, anche se loro non capivano bene, e riportavano qualche brandello di cosa già saputa da loro, già sentita da loro, come per esempio: «Io sono il Messia», come lui disse. Si sentivano soprattutto trasformati da lui. Immaginate come sono venuti via alla sera, come sono ritornati a casa. Ci è facile pensare che abbiano rifatto tutto il cammino in silenzio. E poi, quando è entrato in casa, Andrea era così diverso come faccia, che la moglie gli ha detto: «Ma cos’hai stasera?». E Andrea, senza rispondere nulla, l’ha abbracciata, l’ha abbracciata in un modo che le ha fatto quasi paura, perché non l’aveva mai abbracciata in modo così stretto e tenero, così vero. Ecco, il rapporto con quell’uomo dava questo esito, una trasformazione: uno non era più come prima, poteva sbagliare ancora come prima, più di prima, ma era diverso da prima.
Stava andando con i primi amici in campagna, il sentiero era stretto e veniva dall’altra parte un funerale di un giovane, figlio di madre vedova. Dietro, la madre che “strideva”, urlava, piangeva. E Cristo, quell’uomo, fa un passo in avanti e le dice: «Donna, non piangere». Sembra uno scherzo dire: «Donna, non piangere» a una madre che va dietro il feretro dell’unico figlio morto11. Eppure non era uno scherzo. Chissà cosa avrà prodotto quell’uomo, chissà come lo ha fatto. Ecco, chissà come faceva: era eccezionale! Badate che il nostro cuore, che è fatto per l’infinito, ha bisogno innanzitutto dell’eccezionale: per poter respirare, per poter affrontare, per poter resistere, per poter vivere veramente, ha bisogno dell’eccezionale. L’eccezionale dovrebbe essere quotidiano. L’eccezionale, cioè ciò che corrisponde a sé, che corrisponde veramente al cuore (uno non capisce come, ma corrisponde veramente al cuore), ciò che corrisponde veramente al cuore non capita mai, è una cosa “stra-eccezionale”. Con quell’uomo lì capitava così: come parlava, come guardava, corrispondeva profondamente al cuore, era eccezionale: «Donna, non piangere».
Oppure, chissà quando sarà passato per quella strada e sul marciapiede c’era la peccatrice, una delle più famose peccatrici della città: uno sguardo, e qualche giorno dopo quella donna era ai suoi piedi, e li lavava con le sue lagrime12. Ma il Vangelo non dice parole, frasi, dobbiamo immedesimarci noi con questa situazione. Ché è capitato davvero, l’avvenimento è accaduto: un uomo eccezionale, irriducibile a qualsiasi nostro schema, che trasformava.
Un’altra volta c’era il capomafìa di un paese, di una grossa città, anche adesso se ne parla: Gerico. Lui, dicevo, era il capomafìa, il capo dei gabellieri, venduto ai romani. Sentì dire che c’era Gesù in paese, perché tutti ne parlavano in quelle zone. Passò davanti alla folla e si arrampicò su un sicomoro, una pianta non tanto alta, per poterlo vedere passare, perché lui era troppo piccolo. La folla si avvicina, Gesù sta parlando, Gesù passa, gli è lì davanti, si ferma: «Zaccheo, io ho stima di te, vengo a casa tua. Va’, perché vengo a casa tua». Non so cosa abbia fatto Zaccheo poi nella vita, potrà averne fatte peggio di prima, ma nella sua vita la cosa che stava in mezzo all’anima, attorno a cui il cuore si avvinghiava, nella speranza e nel dolore, nel pentimento e nell’espiazione, era il ricordo di quell’istante, l’istante in cui quell’uomo lo guardò e gli disse: «Zaccheo»13. Ma abbiamo provato a pensare che a ognuno di noi capita così e siamo così distratti da non accorgercene?
E aveva un potere sulle cose “strano”. La natura gli obbediva come se fosse il suo padrone. Quella notte in cui andarono a pescare, lui era tanto stanco che dormiva a poppa. Venne un forte vento e la barca stava per affondare; allora, incerti, a un certo punto si decisero, andarono a svegliarlo e gli dissero: «Maestro, salvaci, andiamo a fondo», e lui si alzò, gridò al vento e al mare e si fece d’improvviso una gran bonaccia. Allora, i suoi amici, quelli che sapevano di dov’era, conoscevano sua madre, gli andavano insieme quasi tutti i giorni (ormai gli andavano insieme quasi tutti i giorni), erano familiari a casa sua, impauriti si dicevano tra di loro: «Chi è mai costui?»14. Come, chi è mai costui? Sapete chi è suo padre, sapete chi è sua madre, andate a casa sua, sapete benissimo chi è!? Ma era così straordinaria l’eccezionalità di quell’uomo, che tutto quel che sapevano si consumava, non rispondeva: era veramente misterioso, era un mistero.
Ma non sono solo i miracoli di cui sono riempite le pagine dei vangeli; un altro era il miracolo che portava quell’uomo, quello che aveva portato a Zaccheo, quello che aveva portato alla peccatrice: il perdono. Perché l’uomo è incapace di perdono, non c’è madre e non c’è padre che possano, che siano capaci di perdonare. Per noi il perdono è dimenticare, per noi il perdono è oscurare, per noi perdono è lasciare correre, per noi perdono è cercare di dimenticare. Qui perdono era fare rinascere, l’ho detto prima, era trasformare.
Perché dico tutte queste cose? Pensate all’ultima cena, nell’ultimo suo discorso, lungo, tutti in silenzio, passi belli, passi brutti, terrori, speranze, pensieri che venivano destati nel loro animo: a un certo punto quell’uomo che era lì con loro osa dire: «Senza di me non potete fare nulla»15. Questo è Dio! Sì, questo è Dio. Lo dice a me e a te, fratello o sorella. Sant’Antonio lo sentì meglio di me e te, preghiamo sant’Antonio soprattutto per questo, perché ce lo faccia intendere: «Senza di me non potete fare nulla». Un avvenimento, un uomo, che si dice Dio: «Io sono la via, la verità e la vita»16, io sono Dio, io sono il Mistero che fa tutte le cose, sono il principio, io sono lo scopo di tutto, io sono il senso delle aspirazioni alla felicità, alla verità, alla giustizia, all’amore, che costituiscono il nucleo del tuo io, la natura del tuo io, il tuo cuore. La nostra religiosità naturale, cioè, si imbatte in un avvenimento della storia in cui un uomo, nato dalle viscere di una ragazza di quindici o sedici anni, dice, diventato più grande: «Io sono Dio».
In un suo romanzo, uno che non credette o che credette di non credere, che si chiama Kafka, a un certo punto dice: «Colui che non abbiamo mai visto, che però aspettiamo con vera bramosia, che ragionevolmente però è stato considerato irraggiungibile [dal punto di vista della ragione è stato considerato irraggiungibile, per sempre irraggiungibile dall’uomo], eccolo, qui, seduto»17. Al pozzo della Samaritana, non era così? Mentre mangiava con gli altri, non era così? «Eccolo, qui, seduto».
La vita dell’uomo dopo questo incontro, dopo l’incontro con questo Gesù di Nazareth, diventa un cammino. Per Andrea e Giovanni, dopo che l’hanno visto, la vita è stata un cammino con lui, un cammino; la loro vita è diventata un cammino. Ci fosse o non ci fosse lui, era un cammino con lui, per lui, verso quel che diceva lui. La vita era un cammino. La vita come cammino: si dice anche la vita come morale, una tensione a una perfezione, a un compimento, già in anticipo, di sé, a una bontà, a una verità, a una giustizia, a una delicatezza, a un’esattezza, a una fedeltà che è come il riverbero dell’eterno. La vita diventa un cammino, che scaturisce non dalla volontà e dalla energia istintiva nostra, per una volontà di dignità, per una magnanimità, come dicevano gli antichi filosofi: è un cammino che nasce dall’amore a Cristo, dall’amore a quest’uomo. La vita nasce come cammino, come morale, come ascesi, come tensione al bene, non per forza di volontà, poggiata sulla forza di volontà nostra, o da un nostro istinto di magnanimità, no! Nasce dall’amore a Cristo. Perciò è un cammino che sta anche con il peccato.
Dice il Salmo 129 (De profundis): «Se tu guardi ai miei peccati, come potrò sussistere, come potrò esistere?». O, come dice un pezzo dell’inno, che noi preti recitiamo nella prima settimana del breviario, al mattutino: «Senza te siamo sommersi in un gorgo profondo di peccati e di tenebre»18, ignoranza e cattiveria: piccola, tanto che non si vede; grande, tanto che ci sconcerta; sottile, tanto che ci taglia, ma non ci si accorge del sangue che perdiamo; grave, come una ferita che vomita sangue; mortale. Veniale o mortale che sia, senza Te siamo sommersi da un gorgo profondo di peccati e di tenebre; non si capisce interamente l’origine di nulla, il senso di nulla, senza di Te. Ma con lui si cammina dentro la via della virtù, la via della conoscenza. Per questo san Paolo diceva: «Io non giudico nessuno». Nessuno può giudicare il fratello, nessuno. «Non giudico neanche me stesso»19, è Dio che giudica.
Gesù, quell’uomo, dice: «Siate perfetti come il Padre vostro che è nei cieli»20. Oh, Dio, perfetti come il Padre; siate perfetti come il Padre, l’infinito mistero, l’assoluta perfezione! Ma il passo di un altro vangelo chiarisce il termine «perfetto»: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro»21. Non c’è differenza. Se la perfezione è la misericordia, di perfezione siamo incapaci e di misericordia siamo incapaci, ma camminiamo con Lui, come un bambino che guarda suo padre e gli tiene la mano e con suo padre entra dentro l’oscurità del bosco e supera tutte le difficoltà dei passi. È un cammino in cui sta anche il peccato. Ma è abolita la misura come fattore di giudizio del tempo che l’uomo passa. È abolita ogni misura. Invece della misura («siamo capaci, non siamo capaci, siamo bravi, non siamo bravi»), la gratuità: è il cuore che si trasforma in desiderio di gratuità, la grande imitazione della misericordia, il grande inizio, inizio appena accennato della perfezione, la gratuità - la gratuità! -.
Prendiamo l’ultimo pezzo del Vangelo. Gli apostoli, in gruppo, stanno ritornando con la barca vuota: non hanno preso un pesce, e hanno pescato tutta la notte. Sulla spiaggia, ancora lontana, vedono come una silhouette e dicono: «È un fantasma». Invece Giovanni, puntando gli occhi, dice: «È il maestro». Al che san Pietro, immediatamente, risponde buttandosi in mare e in poche bracciate è a riva. Era davvero il maestro, che aveva preparato per loro del pesce cotto, affumicato. Intanto arrivano gli altri, hanno la barca colma di pesci, perché avevano seguito quel che lui aveva detto: «Gettate le reti dall’altra riva», altro miracolo. Sono lì, tutti attorno a quell’uomo, e nessuno osa parlare, perché era evidente che era il maestro. Intanto Lui dice: «Mangiamo!». Allora, sdraiati per terra, seduti per terra, mangiano. Gesù si volta e lì vicino c’è Simone, figlio di Giovanni. Non gli dice: «Simone, mi tradirai ancora?», «Simone, mi tenterai ancora, come quando ti ho detto: “Va’ via, Satana”?», «Simone, avrai ancora vergogna di me come di fronte a quella serva di Pilato?», «Simone farai ancora tutti i peccati che hai fatto, tutti i disastri che hai fatto finora?». Non gli dice niente di tutto questo. Lo guarda e gli dice: «Simone, mi ami tu?». «Signore, tu lo sai - disse la terza volta Simone -, Signore tu lo sai che io ti amo». Indica, questa risposta, il riconoscimento di una appartenenza: «Signore, ti appartengo». «Sì, Signore, ti appartengo, sono tuo, sono tuo; io, peccatore, lo posso dire: sono tuo e sono peccatore, non c’è peccato che tenga, sono tuo»22. Questa è la chiave per una trasformazione profonda, che nel cammino di una fedeltà diventa quel che Dio vuole. E non si può misurare, stare lì a perdere tempo a misurare. Questo, dunque, è il miracolo: non che l’uomo riesca a realizzare la corrispondenza tra i suoi ideali e quello che fa, ma che riconosca e ami un uomo storico, in cui sta la corrispondenza col divino, l’identità col divino: questo è il miracolo del mondo, che un uomo ami Cristo.
In una sua intervista Madre Teresa di Calcutta, tra l’altro, dice: «Ricordo di aver raccolto un uomo dalla strada e di averlo portato nella nostra casa. E cosa disse quell’uomo? Non biascicò, non bestemmiò, disse soltanto: “Ho vissuto sulla strada come un animale e sto per morire come un angelo amato e curato”. Abbiamo impiegato tre ore per pulirlo. E poi guardò le suore: “Sorella, sto per tornare alla casa di Dio”. E noi non abbiamo mai visto un sorriso come quello sulla faccia di quell’uomo». Il cristianesimo ha portato questa possibilità, la Sua presenza porta questa possibilità. Allora il giornalista le domanda: «Ma perché fate così grandi sacrifici, quasi come senza sforzo?», e Madre Teresa risponde: «È Gesù quello a cui facciamo tutto, noi amiamo Gesù»23. Per questo, giustamente, il cardinale Hamer scrive: «In questo modo un Fatto capitato duemila anni fa diventa - che paradosso! - la novità più clamorosa e interessante nell’oggi di tanti giovani»24; nell’oggi di tanti giovani: o di Madre Teresa, o nostro, della nostra ora, della nostra età. Madre Teresa non era una giovane: certo, giovane è il cuore.
«La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione»25 (è una frase di Tommaso d’Aquino). Di fronte alla tua donna, o uomo, donna che ami e a cui ti sei mantenuto fedele, puoi dire: «Sì, Signore, io ti amo», come Simon Pietro. Non è contraddittorio, non è un paragone, è una cosa che sta alla radice dell’altra, che sostiene, ha sostenuto l’altra. E se non sei stato fedele e fai fatica con tua moglie, puoi dire: «Signore, tu sai che io ti amo», eppure sbagli. «Nell’esperienza di un grande amore - dice Guardini - tutto ciò che accade [tutto ciò che accade: un bambino che nasce, la moglie, il mal di stomaco, il guarire, il sole, la pioggia, tutto ciò che accade] diventa un avvenimento nel suo ambito»26. Tutto è affrontato nell’amore a Cristo, con quell’amore a Cristo che sottende l’atteggiamento di fronte a ogni cosa.
Dunque, il metodo per essere cristiani, per diventare cristiani, per ridiventare cristiani, è semplice. Il metodo ha origine dalla fede: la fede è il riconoscimento di una presenza eccezionale, inspiegabile, la quale presenza eccezionale c’entra col nostro destino, sentiamo che c’entra col nostro destino. Il metodo per ridiventare cristiani ha origine nella fede, che è il riconoscimento, nella propria vita, di una presenza eccezionale che c’entra col destino. Questa presenza eccezionale, uno che vede Madre Teresa di Calcutta, la vede in Madre Teresa di Calcutta, ma non è lei, si capisce che non è lei. Ma è quello che tutti noi siamo chiamati a fare, tutti; così che altri, vedendoci, capiscano che - peccatori o no - c’è dentro qualcosa di eccezionale, che ci viene da un’origine eccezionale: «Ti amo, o Cristo». Anch’io, peccatore più di tutti, posso dire: «Ti amo, o Cristo».
Termino con una frase, ancora di quel romanziere che ho citato prima, Kafka. Ma guardate perché la cito, con che ragione. Dice Kafka: «Anche se la salvezza [il senso della vita] non viene [era ateo], voglio però esserne degno a ogni momento»27. Che grandezza, che magnanimità, che stoicità! È grande, lo diceva seriamente. Per lui fu così. «Anche se la salvezza non viene, voglio però esserne degno a ogni istante»; perché se uno non cerca di essere degno della salvezza, anche se non viene, a ogni istante, non è più uomo. Perché l’uomo è un cuore che desidera e respira, ed è fatto per la felicità, per la verità, per la giustizia e per l’amore. Allora uno, ogni momento, cerca di essere degno di questa aspirazione, anche se non viene la risposta. Ma Kafka fa uno sbaglio. Se fossimo in classe direi: «Chi sa rispondere a questa domanda: ragazzi, in che cosa sbaglia Kafka?». In questo: che vive ogni momento in modo tale da essere degno della salvezza, ma non chiede la salvezza, non domanda, non mendica. Questa è l’ultima parola che vi lascio: «Mendicanza».
Siamo peccatori fin quanto si vuole, ma mendicanti. «Sì, Signore, io ti amo», vivo mendicando da Te la capacità di progredire, di resistere, di essere fedele, di continuare, mendicando da Te la capacità di amarti. Perché da noi non viene nulla, tutto ci viene da lui, da quest’uomo che è nato dalla Madonna duemila anni fa e che è presente ora: «Sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»28 - tutti i giorni fino alla fine del mondo! -. Ed è presente e si lascia intravedere attraverso l’eccezionalità che realizza in chi crede in Lui. Per quanto piccoli siamo, se noi crediamo in Lui, se diciamo: «Ti amo, Signore», c’è qualcosa che in noi avviene, per cui un altro, vedendolo, ci dice: «Come fai a essere così, come mai sei così? Come fai a essere così?». Ma la trasformazione più grande, l’eccezionalità più grande è l’uomo che mendica dal Mistero di conoscerlo, di amarlo e di servirlo: mendica. È la preghiera. La preghiera è solo mendicanza, mendicare da Dio la capacità di poter riesprimere la frase di Pietro: «Signore, tu lo sai che io ti amo». Comunque sia, lo può ripetere chiunque di noi, in qualsiasi stato d’animo sia.

Note
1 Cfr. Didaché, IV,2.
2 Cfr. Mc 8,36; Lc 9,25.
3 Cfr. A. Gemelli, Il Francescanesimo, Edizioni O. R., Milano 1932, cap. XIII.
4 O. Mazzoni, Il bene perduto, in Noi peccatori: liriche, Zanichelli, Bologna 1930, p. 72.
5 Cfr. Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, II,10.
6 Cfr. B. Pascal, Pensieri, n. 267, Guaraldi, Rimini 1995, p. 162.
7 At 17,27.
8 Il riferimento è a una processione a carattere ecumenico avvenuta a Milano nel settembre 1993, a cui il cardinale Martini aveva partecipato con alcune centinaia di capi religiosi.
9 Gv 14,6.
10 Cfr. Gv 1,35-39.
11 Cfr. Lc 7,11-17.
12 Cfr. Lc 7,36-38.
13 Cfr. Lc 19,1-10.
14 Cfr. Mt 8,23-27; Mc 4,35-41; Lc 8,22-25.
15 Gv 15,5.
16 Gv 14,6.
17 Cfr. F. Kafka, Il castello, Guaraldi, Rimini 1995, pp. 297-298.
18 Inno del martedì dell’Ufficio delle letture, in Liturgia delle Ore secondo il rito romano, IV, Libreria Editrice Vaticana, Roma 1989, p. 640.
19 Cfr. 1Cor 4,3-5.
20 Cfr. Mt 5,48.
21 Lc 6,36.
22 Cfr. Gv 21,1-17.
23 Cfr. Madre Teresa di Calcutta, «Venne un uomo e mi disse: “Il mio unico figlio muore”», in Il Sabato, n. 5, 1 febbraio 1986, p. 8.
24 J.-J. Hamer, Introduzione a L. Giussani, È, se opera, suppl. a 30Giorni, n. 2, febbraio 1994, p. 5.
25 San Tommaso d’Aquino, Secunda secundae, in Summa Theologiae, q. 179, art. 1.
26 R. Guardini, L’essenza del cristianesimo, Morcelliana, Brescia 1980, p. 12.
27 Cfr. F. Kafka, Diario, I, 1910-1923, Mondadori, Milano 1960, p. 232.
28 Mt 28,20.

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