Nella fede, uomo e popolo - Luigi Giussani

Nella fede, uomo e popolo

Luigi Giussani Tracce

6/30/2006 - Pagina Uno

Pubblichiamo un brano tratto dal nuovo libro di Luigi Giussani Dall’utopia alla presenza (1975-1978), primo della nuova serie “L’Equipe”
(che propone le lezioni e i dialoghi di don Giussani con i responsabili degli universitari di Comunione e Liberazione), ospitata all’interno della collana Bur Rizzoli “i libri dello spirito cristiano” diretta da Julián Carrón. In libreria dall’inizio di luglio, il testo verrà presentato sabato 26 agosto, a conclusione del Meeting di Rimini


Vi furono due Equipe, dopo il raduno di Rimini, una a Firenze, nel febbraio del 1976, e una ancora a Rimini, nel maggio. La proposta della «comunione di base» aveva certamente colpito gli universitari ed era stata messa a tema di entrambi gli incontri; ma si stentava a capire che cosa volesse dire, per sé e per la comunità, malgrado ci si interrogasse sulle dimensioni dell’esperienza cristiana e su tutta una serie di parole legate a essa (educazione, gratuità, responsabilità). Era inoltre avvertita l’urgenza di rivedere la «presenza» in università e la fisionomia della comunità, arginando una sorta di “fuga dall’università”, verso ambiti esterni, che stava diventando un fenomeno abbastanza diffuso. Tuttavia, l’attenzione finiva quasi sempre per attestarsi sulle conseguenze organizzative e culturali, nonché «politiche» (vi erano state in gennaio le elezioni dei rappresentanti degli studenti negli organi accademici), rivelandosi alquanto difficile cambiare il consueto modo di concepire e vivere la vita in università.
All’Equipe di Firenze don Giussani non partecipò. Prese invece parte a quella di Rimini, seguendo i lavori dell’intero pomeriggio - dedicati all’impegno culturale e politico in università -, discretamente seduto in fondo al salone. Dopo una pausa, prima delle conclusioni, chiese di intervenire, per manifestare le sue reazioni a quanto aveva sentito. Sarebbe interessante che ognuno di voi rispondesse a questa domanda, dalla quale, a mio parere, dipende ogni problema: «Che cos’è la fede?».
Secondo me manca la chiarezza della risposta: ma se manca la chiarezza della risposta, il metodo, cioè il cammino, il vivere, come può diventare creativo? Solo un soggetto maturo e autocosciente è, infatti, creativo.
Ora, qual è il ruolo di Cl dentro la vita della Chiesa e della società italiana oggi, se non di essere richiamo alla fede? Non c’è più nessuno che si richiami ai contenuti della fede; per questo tutti si agitano, ma non riescono a trovare il proprio soggetto, il proprio volto, la propria identità. Ma se manca la chiarezza, allora ciò che è funzione e strumento di una autocoscienza tende a diventare supplenza di quello che non c’è.
Ma che cos’è la fede? Cosa sia la fede lo si capisce se ci si mette nei panni dei primi: di Andrea e di Giovanni che lo seguirono e gli chiesero: «Maestro, dove stai di casa?» (cfr. Gv 1,38). Di fronte a quell’uomo, cos’era la fede? Era il riconoscere la presenza divina. Loro non osavano neppure pensarlo, non avevano la chiarezza, però riconoscevano in quell’uomo la presenza che liberava, che salvava.
La fede che definisce la nostra identità e ci rende soggetti attivi, e quindi creativi, è l’accorgersi di questa presenza tra noi, che è la nostra unità, che è il nostro essere popolo. La mia identità adeguata è l’unità di noi come popolo; la coscienza di questo cancellerebbe immediatamente al cento per cento le difficoltà gravissime che ci sono fra la considerazione del proprio soggetto individualisticamente inteso e la vita della comunità, difficoltà che a mio avviso insabbiano una infinità di energie. Il vero rapporto con l’adulto, cioè con l’autorità del Clu, è il rapporto con la storia così come è guidata: ogni altro rapporto, infatti, rischierebbe di scadere a rapporto personale e tendenzialmente intimistico (che potrebbe essere salvato solo da un’eccezionale nettezza e oggettività della persona matura; questo, peraltro, avviene solo in casi eccezionali).
È oggettivo ciò che ci salva, è oggettivo ciò che ci fa diventare adulti. La fede è riconoscere la presenza della liberazione della vita, della salvezza di tutto; questo è ciò che fa scattare una certezza fresca e gioiosa che noi non abbiamo. Questo è ciò che vince il mondo e che noi non abbiamo: la fede. È la fede tua che riconosce questa presenza redentrice e liberatrice di te e, nello stesso tempo, del mondo. Questa presenza duemila anni fa aveva il volto di quell’Uomo, e ora ha il volto della nostra unità, del popolo che è Corpo suo: la nostra identità vera e adeguata è questo Corpo, è nell’unità con questo Corpo.
È come se noi non avessimo ancora varcato la soglia dell’Avvenimento da cui prendiamo il nome. È come se non fosse una realtà, ma solo un nome ideologico, uno spunto ideologico che in fasi giustapposte implica una certa culturalità e una certa moralità.
La caratteristica di un uomo che si percepisce liberato, salvato, e perciò nuovo, è invece il giocarsi nella storia, il creare nella letizia e nella gioia.
La seconda cosa da tenere presente è che non esiste un individuo sospeso per aria, esiste una identità incarnata: non può esistere una identità se non nella situazione. Il problema non è l’unità con il Cle (Comunione e Liberazione Educatori; ndt), con il Clu, con i livelli del movimento; il problema è questa autocoscienza della novità che siamo e che vive nella situazione. Allora si potrebbe essere sprovveduti in università (nei corsi, nei consigli di facoltà), ma ugualmente frementi per la novità che si porta in sé.
Quando cessa l’università è questo fremito d’identità che si deve portare fuori, nella vita della Chiesa, nell’impegno civile, sociale e politico.
Allora anche l’impegno politico è impostato come lavoro culturale, perché si ha coscienza di quello che vuol dire lavoro per il bisogno culturale. Si tratta della coscienza di un popolo che approfondisce sempre di più, a contatto con gli avvenimenti, la chiarezza di portare in sé la risposta alla crisi.
La posizione nell’impegno culturale è quella di un popolo che approfondisce la coscienza di portare in se stesso il principio risolutivo della crisi per tutti; noi portiamo la salvezza. «Il Signore è la mia salvezza e con lui non temo più, perché ho nel cuore la certezza: la salvezza è qui con me» (A. Marani, «Cantico dei redenti», in Canti, Cooperativa Editoriale Nuovo Mondo, Milano 2002, p. 186). Questa frase non è l’emblema della riduzione estetizzante e moralisticamente superficiale con cui viviamo: questa frase definisce il tipo di coscienza che ho di me stesso. Questa identità non esiste astrattamente, ma incarnata nella situazione politica, universitaria, eccetera. Non esiste una posizione dall’esterno di questi problemi: essi mi costituiscono, sono «io».
Volevo richiamare in questi termini che cos’è la fede - la risposta a quella domanda è la chiave di volta di tutto -: è riconoscere la presenza che libera noi stessi e il mondo. Spesso andiamo a portare l’annuncio cristiano in tutta Italia e non lo sentiamo esistenzialmente noi, manca l’esistenzialità nel riconoscimento dell’accettazione di questa risposta. Il Fatto cristiano è l’annuncio che è arrivata una presenza nuova; Dio si è reso presenza, un Uomo che è la Liberazione, è entrato nella storia. Coinvolgendoci con Lui siamo liberati come storia.
Al di fuori di questo, nulla è storia, ma menzogna fatta e costruita di infiniti mattoni che sarebbero buoni in sé, ma così sono perduti.
L’appartenenza a questo popolo è la mia identità. Chi fece questa osservazione fu uno di noi: ma entrò nel movimento nel ’69 per un certo gruppo di amici che, in quello stesso anno, se ne andò tutto; allora percepì l’oggettività del fatto del popolo di Dio, dell’unità che era indipendente anche dal gruppo di amici che lo aveva portato in Cl. La sua identità era appartenere al popolo. Per questa autocoscienza si deve pregare lo Spirito Santo.
Questa identità ha la coscienza di se stessa e di appartenere al popolo; è tutto quanto si deve chiedere, perché qui comincia la maturità che ci permette una creatività. Questa coscienza è l’urgenza non solo per il movimento in università, ma per tutti. Tanti adulti non lo capiscono più. Molti sono bravissimi, ma non capiscono il passaggio di coscienza del fatto cristiano. La capiscono a cinquanta-sessant’anni, confusamente, quando la parola «unità» non trova più ostacolo nelle opinioni, perché ormai non c’è più niente davanti alla vita. Allora si calano con povertà di spirito nell’unità come mistero, senza però capire che cos’è.
In ogni modo, nella situazione in cui siamo incarnati con una autentica maturità possiamo anche non essere competenti in nulla, ma ugualmente noi “travolgeremo”. Nessuno può giudicare quello che uno è adesso dal rendimento che adesso ha, perché ciò che qui è in gioco è una storia e la storia è il prodursi del significato nella realtà temporale per il soggetto, cioè del significato vivente che si comunica. Il mio significato vivente è l’unità che ho con voi, il Mistero che c’è tra noi. Sono altrimenti un fuscello inutile staccato dall’albero. Il popolo di Dio con la sua storia è realmente un’esperienza di libertà, di consistenza della propria persona, indipendentemente da quello che si è capaci di fare e di dire, perché tutta la nostra consistenza è questa Presenza il cui volto è il popolo di Dio, l’unità dei credenti che tende a diventare corpo presente nella situazione (in università, o nel movimento, come nell’intera Chiesa).

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