Roma, Palazzo del Campidoglio. Commemorazione di don Giussani - Events in memory of Father Giussani

Events in memory of Father Giussani

Roma, Palazzo del Campidoglio. Commemorazione di don Giussani

3/7/2005

Roma, una grande passione
(di Alberto Savorana)

Martedì 8 marzo, nella sala della Protomoteca, Palazzo del Campidoglio, a Roma si è svolta una commemorazione di don Giussani, che ha visto la partecipazione del vicesindaco Garavaglia, del sindaco Veltroni, del senatore Andreotti, del cardinale Bertone e di don Julián Carrón. Alcuni appunti.

Maria Pia Garavaglia
Don Giussani è con noi e noi vogliamo, in questo luogo solenne, perché è la casa dei romani, tributargli un particolare onore. Io appartengo alla generazione della Gs, per noi fu una bella esperienza perché con don Gius eravamo maschi e femmine e non fu facile neanche questo per don Gius. I suoi ragazzi e le sue ragazze tramite lui avevano incontrato Uno più importante, che non badava alla differenza di genere (non usavamo nemmeno questa parola, perché a quei tempi si usava ancora la parola “sesso”); era un uomo che non ci ha reso ostili, che non ci ha reso ossessionati. Fu per molti un amico, un maestro, un sacerdote, un cittadino esigente, forse perché vero sacerdote. L’ha ripetuto anche nell’ultima intervista di non stare tranquilli: non si può essere tranquilli se il mondo soffre, se il vicino soffre, se il compagno di studi soffre.
In una giornata come questa alla presenza del Sindaco, che ha ritenuto fosse importante ricordare don Gius in Protomoteca, avviene questo semplicissimo avvenimento, semplice come - nella sua complessità teologica - riusciva però a manifestarsi a noi. In Duomo ho sentito, nelle cose che ha detto don Julián e come le ha dette, il respiro e il suo stile, di don Gius. Che sia anche il ricordo di oggi un’ulteriore mattonella della costruzione di quell’Uomo a cui lui guardava con tanta passione.
Siccome amava la bellezza, l’arte, la cultura, ricorderete che per pregare la Madonna usava proprio una poesia: l’Inno alla Vergine di Dante Alighieri.

Walter Veltroni
Parlare di don Giussani significa parlare di una delle figure di spicco del cattolicesimo, non solo italiano, del secolo che ci siamo da poco lasciati alle spalle. Se si potessero contare, sarebbero milioni i giovani che attraverso di lui hanno trovato una fede a misura dei loro sogni, delle loro aspettative e soprattutto del loro impegno sociale. Ecco, quell’unione tra fede e vita, intesa anche come vita pubblica, è stato ed è, per tanti motivi, credo, un aspetto fondamentale dell’esperienza e dell’insegnamento di don Giussani.
Don Giussani aveva una grande passione per tutto ciò che è umano. Sapete meglio di me quanto sia stata proficua la semina di don Giussani, quante generazioni sono cresciute nella convinzione di restar fermi innanzitutto nella fede e nella sua testimonianza. La cosa importante è che però questo non ha significato il rifiuto della società e delle sue imperfezioni: la partecipazione alla ricerca di nuove forme di cultura comunitaria erano alla base del suo insegnamento e della sua attività fin dagli anni in cui nacque CL, fin da quando, in un tempo difficile e intenso, don Giussani ebbe il merito di appassionare tanti giovani alla politica e di fuggire dalla violenza in cui era facile cadere in quel tempo.
Don Giussani aveva piena consapevolezza della dimensione del fare concreto, dell’agire socialmente, che non è in contraddizione con la dimensione spirituale e religiosa. Nella sua ultima intervista disse: «Ho sempre cercato di vivere la vita nelle sue esigenze personali concrete, nella sua applicabilità come risposte a bisogni reali». Io sono convinto che questo sia estremamente importante: essere forti della propria identità per essere capaci di aprirsi all’alterità, in una logica di interdipendenza e di interrelazione. E se è questo l’obiettivo, allora non vedo steccati, non vedo divisioni, che non devono e non possono esistere, né fra le culture diverse, né tanto meno tra fede e ragione.
Quando scompare un fondatore, un movimento ha davanti a sé un passaggio difficile, oltre che doloroso: è come una cesura, è come l’inizio di una nuova epoca, è come l’inquietudine - e talvolta l’imbarazzo - di un nuovo viaggio che comincia. L’augurio che posso farvi è che abbiate tutta la forza che serve, quella forza che troverete - come sempre - nell’insegnamento di don Giussani, nelle parole di chi una volta disse: «Non si segue una persona, ma un’esperienza di vita. A proporla può essere una persona, ma scomparendo una persona, l’esperienza - se compresa nei suoi fattori e valori - rimane, e certo l’esperienza di don Giussani rimane», per voi, e credo rimanga per tutti.

Giulio Andreotti
Perché don Luigi è stato, da vivo, non sempre da tutti compreso, e comunque un grande punto di riferimento e continua, anzi, ha iniziato adesso ad esserlo ancora di più? A mio avviso, perché il segreto del suo apostolato è stato quello di precorrere quello che poi più volte il Santo Padre ha espresso, cioè l’invito a non avere paura, l’invito a non essere conformisti - questo suo messaggio: «Non conformatevi» - e questo valeva sia nei confronti della reazione a un momento anche fisicamente deviato di molta gioventù, nella quale germi di violenza - che poi sarebbero sbocciati successivamente in fatti estremamente gravi - tenevano il campo. E questo insegnamento, al primo gruppo di giovani, suoi allievi, come insegnante di religione al Berchet, fu appunto quello di non avere paura, di impostare positivamente un discorso, di recuperare un colloquio che sembrava non esserci più, e anche di creare all’interno della struttura dei cattolici italiani un modello valido.
Oggi viviamo una crisi anche di carattere culturale perché la modernità viene concepita come una mancanza di regole o addirittura la esaltazione di quello che non è naturale come naturale, come norma, tanto è vero che poi chi è normale addirittura è considerato a volte quasi un anormale. A questo modo deviante di vivere, non solo la vita religiosa, ma la vita di tutti i giorni, gli antidoti che don Luigi seppe dettare come inizio e poi seppe alimentare con una espansione straordinaria, restano quello che, a mio avviso, è la sua eredità. (…) Un momento mi colpì molto: andammo con don Giacomo a La Thuile nell’estate del ’94 e mi colpì il modo disinvolto, quasi fraterno, con cui don Luigi aveva i suoi rapporti con tutti, con le famiglie dei suoi, altro senso tipico del suo apostolato, di occuparsi non solo dei giovani, ma anche delle famiglie. Ancora adesso quando noi vediamo… anche qui a Roma, quando vediamo nella messa di CL, vediamo dei giovani con le loro spose, con i loro bambini, ogni anno vediamo i battesimi, vediamo le cresime… beh, è una Chiesa viva, ecco, che forse non figura in nessuna statistica, ma che però rappresenta quello che è il fascino. E ai giovani non si parla efficacemente mai se uno fa l’apologia di un passato, non si parla se si fanno delle prediche un po’ togate; bisogna entrare in sintonia con quella che è la mentalità e quella che è anche la esposizione ad impulsi così spesso anche di possibile reazione che i giovani oggi hanno.
C’è una modernità che non invecchia: passerà il tempo, e quando si parlerà di questi decenni, della modernità vera, non potrà che farsi ricorso a don Luigi Giussani.

Tarcisio Bertone
Se si vive seguendo Cristo, si vive meglio, è come vivere cento volte tanto. Se Cristo è il criterio esplicativo del reale, tutto risulta coinvolto e trasformato e ci si deve aprire a tutte le realtà, non ci si deve chiudere. C’è, a volte, come sappiamo, un dualismo non solo tra fede e ragione, ma tra fede e realtà sociale, un dualismo che bisogna superare, che bisogna vincere: una fede che non investe la totalità del soggetto, non può non diventare astratta. «Quando ho incontrato Cristo mi sono scoperto uomo». Mi sembra che in questa convinzione stia l’intuizione più profonda di don Giussani, che io ho definito il don Bosco del secolo XX, perché ha inventato un metodo formidabile per portare i giovani a Cristo, a quell’incontro decisivo, rivoluzionario che fa unità nella vita. La fede non deve essere relegata nel privato, la fede è un fatto pubblico, è la mia vita. Ho messo come titolo di questo breve intervento: “La lezione di don Giussani: cittadini come cristiani”, cittadini in quanto cristiani, partecipi della cittadinanza evangelica e partecipi della cittadinanza civile.
Chiunque abbia ascoltato qualcosa del catechismo che si insegna ai ragazzi nelle parrocchie italiane, sa che - direi proprio sotto la spinta di don Giussani - il cristianesimo è un avvenimento più forte di ogni interpretazione, tutto si gioca, ruota attorno all’incontro con Gesù. Non si tratta più, dunque, di un approccio dottrinario e tomisticamente deduttivo, ma i ragazzi, i giovani, e anche gli adulti, vengono introdotti alla fede attraverso un approccio esperienziale e induttivo. Questo è il nocciolo dell’intuizione di don Giussani, che per successivi moti di emozioni e di eventi è diventato cultura.
Ecco, riconoscersi nell’avvenimento Cristo, come suggerisce don Giussani, vuol dire superare i condizionamenti, la falsa lettura di una divisione tra fede e vita, tra fede e ragione, vuol dire ristabilire una continuità, a volte interrotta, senza doversi più giustificare e sdoppiare per essere cristiani. Don Giussani ha fatto crescere e camminare il cammino di unità. Attendiamo che anche qualche altro maestro di pensiero apra il lucchetto che impedisce ai cristiani di dare un’interpretazione meno rigida del concetto di laicità, in fondo al quale c’è la riduzione della fede a semplice convinzione personale, ancora una volta alle catacombe. Don Giussani è stato un grande educatore alla fede viva, che opera attraverso la carità, ha proposto un cristianesimo di alto profilo e di grande impegno. Don Giussani ha convinto moltitudini di giovani a mettere Cristo al centro della loro vita e a percepirlo come presente, vero compagno di viaggio nel percorso faticoso di crescita verso una umanità nuova. È una eredità che può ancora contagiare molti giovani, è un progetto incompiuto che è affidato a noi oggi e domani, fino alla fine dei tempi. Con lui, con il suo sguardo, Gesù ci guarda e ci dice: «Non temere, piccolo gregge!», ma vedo che qui non c’è un piccolo gregge!

[Tracce, aprile 2005, pp. 25 ss]

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