Milano. Il Comune organizza un Convegno dal titolo "Don Giussani e la ricerca della bellezza" - Events in memory of Father Giussani

Events in memory of Father Giussani

Milano. Il Comune organizza un Convegno dal titolo "Don Giussani e la ricerca della bellezza"

10/25/2005

Alla ricerca della bellezza infinita
(di Luca Doninelli)

Lo scorso 26 ottobre più di 2000 persone hanno riempito il teatro Dal Verme per l’incontro: “Don Giussani e la ricerca della bellezza”, organizzato dal filosofo Stefano Zecchi, assessore alla Cultura del Comune di Milano.

«Quel giorno il disco a 78 giri incominciò a girare, e d’improvviso il canto di un tenore allora famosissimo ruppe il silenzio della classe. Con una voce potente e piena di vibrazioni Tito Schipa incominciò a cantare un’aria del quarto atto de La favorita di Donizetti. Quando il bravissimo tenore intonò Spirto gentil, ne’ sogni miei, al vibrare della primissima nota io ho intuito, con struggimento, che quello che si chiama “Dio” - vale a dire il Destino inevitabile per cui un uomo nasce - è il termine dell’esigenza di felicità. In quel preciso istante della mia vita, per la prima volta io ho capito che Dio c’era». In queste indimenticabili parole, nelle quali un’esperienza unica, che percosse il giovane seminarista Luigi Giussani, si rinnova - come se, ogni volta che la ricordava, quell’esperienza avvenisse di nuovo, in quell’istante, per la prima volta - si condensa tutto il senso di un incontro bellissimo, “Don Giussani e la ricerca della bellezza”, avvenuto a Milano, teatro Dal Verme, il 26 ottobre, per volontà dell’assessore alla Cultura, il filosofo Stefano Zecchi. Zecchi è un uomo intelligente e semplice, un non-politico che si è offerto alla politica per motivi di servizio, mantenendo però una libertà che tanti politici di professione perdono il primo giorno del primo mandato. Nella scelta di promuovere questo incontro, Zecchi non ha obbedito a motivi di calcolo, ma unicamente alla propria curiosità.

Bellezza, stupore e ordine
Le parole dell’allora cardinale Ratzinger ai funerali di don Giussani («Don Giussani era cresciuto in una casa povera di pane, ma ricca di musica, e così sin dall’inizio era toccato, anzi ferito, dal desiderio della bellezza, non si accontentava di una bellezza qualunque, di una bellezza banale: cercava la Bellezza stessa, la Bellezza infinita») avevano colpito Zecchi, docente di Estetica. Da quell’esperienza, si può dire, è nata la serata del Dal Verme, che ha visto sul palco, condotti da Claudio Risé (il famoso e bravissimo psicoanalista, allievo di scuola di don Giussani), don Julián Carrón, il poeta Franco Loi, l’attore Franco Branciaroli e il rettore dell’Università Cattolica, Lorenzo Ornaghi. Ma la serata è entrata nel vivo fin dai saluti di Zecchi e del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Quello che di norma, anche nelle occasioni migliori, resta un momento formale, non lo è stato affatto. Formigoni si è lasciato andare, senza nostalgia, ma con gratitudine, al racconto della lunga educazione alla bellezza, allo stupore e all’ordine (perché queste tre parole vanno sempre insieme) che ricevette dalla vita, dal tempo passato insieme a don Giussani.

Spirto gentil
Ferito dal desiderio della bellezza. Ma come? Quello che per tanti uomini è stato il momento della caduta delle illusioni, quando la bellezza si dissolve come un sogno, ecco, quello “spirto gentil” affidato alla voce vibrante e delicatissima (che un nulla avrebbe potuto spegnere) di Tito Schipa, diventava per il giovane Luigi la chiave di volta della vita. Quello “spirto gentil” aveva fatto tutte le cose, e posto il proprio segno nel cuore dell’uomo. Non solo: quello “spirto gentil” era diventato uomo. Torna in mente - attraverso le parole di don Carrón - quando, seminarista, recitava come preghiera di ringraziamento l’ode Alla sua donna del pessimista cosmico Giacomo Leopardi, associando quei versi al Prologo del Vangelo di Giovanni, e ricordando come «l’eterno senno della bellezza non sdegnò di rivestirsi di carne umana, non sdegnò di portare gli affanni di funerea vita». Franco Loi, il grande poeta, coglie nel suo lungo rapporto con don Giussani (si conobbero nei primi anni Sessanta) il segno di un’energia prodigiosa e di un’ancor più prodigiosa libertà. L’incontro ebbe luogo tramite l’allora responsabile di Gs, poi diventata maoista. Loi è ancora colpito dal totale rispetto di don Giussani per le scelte di quella donna. Si parlava di poesia, con don Gius: Loi trattiene nella memoria una conversazione sul Petrarca e sul senso della poesia come azione sacra.

Gli appunti del rettore
E se Loi “trattiene nella memoria”, Lorenzo Ornaghi rivela di conservare ancora gli appunti delle lezioni di don Giussani che seguiva da giovane studente di Scienze Politiche in Cattolica: «Mi colpiva la passione per la realtà che Giussani comunicava, che costituiva davvero il tessuto di ogni sua lezione, lezione dentro l’aula, lezione fuori dall’aula, perché don Giussani in Cattolica “ci stava”, cioè non veniva per la lezione e se ne andava». Franco Branciarioli, che è il maggior attore di teatro di quest’Italia, rievoca la grande amicizia tra Giussani e lo scrittore Giovanni Testori, e la stagione, fortemente voluta da don Giussani, dei grandi spettacoli al Meeting di Rimini, a cavallo tra gli anni 80 e gli anni 90. Ricorda soprattutto quello splendido Miguel Mañara del 1989, quando si rese conto che i trentamila che lo seguivano, di notte, per le vie di Rimini, «non erano più un pubblico, ma un popolo». «Quando i nemici verranno per sterminare il nostro popolo - ricorda Carrón, citando don Giussani - noi risponderemo con la bellezza dei nostri canti».

I canti finali
Difficile riassumere la portata di una passione così grande, e che così potentemente - a differenza degli sterili maestri del nostro tempo - si è comunicata a tanti figli. Beethoven, Mozart, Leopardi, Pergolesi, Dvorak, Caravaggio, Rembrandt, Dante e tantissimi altri nomi ci sono diventati familiari attraverso la persona di don Giussani. Non solo conosciuti, ma familiari. Il bello è lo splendore del vero, dice san Tommaso: ossia la sua «fragile, ma visibile e incontrabile documentazione». Aggiungerei: imprevedibile. La bellezza è, infatti, il vero nel suo accadere, la corrispondenza incontrata (spesso là dove non ce lo aspetteremmo mai) tra l’io e l’Ideale, quel miracolo per cui ascoltare lo Stabat Mater, leggere il Canto notturno o incontrarci tra noi fanno parte di un’unica esperienza di bellezza. Soprattutto quando cantiamo i nostri canti più belli ci si spalanca l’evidenza di ciò che siamo, ben oltre quello che il ragionamento riesce a formulare. Giustamente il canto ha concluso la serata, in luogo di qualunque sintesi. Tre brani soltanto, forse i più emblematici di tutti: Povera voce, O Cor soave e lo splendido Credo dalla liturgia bizantina composto da A. Grechaninov. Cantati dal coro di Cl con quell’accento di profondità che nasce dalla fedeltà, e toglie alla musica qualunque ombra, o freddezza.

[Tracce, dicembre 2005, pp. 84 ss.]

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